A SINISTRA NELLA REGIONE ROSSA

Interventi e progetti di legge di Carlo Coniglio (1975-1980)

A SINISTRA NELLA REGIONE ROSSA Interventi e progetti di legge di Carlo Coniglio (1975-1980) (»)

(*) a cura del Gruppo Indipendente di Sinistra della Regione Emilia-Romagna

PREFAZIONE

Il gruppo che ha operato insieme a Carlo Coniglio, consi- gliere regionale dell’Emilia-Romagna, ha, si può dire, le sue prime radici in quei movimenti popolari del luglio del 1960, quando per la prima volta dopo un decennio di regime Degasperiano sostanzialmente incontrastato le «magliette a righe», con un'esplosione di piazza piuttosto inusitata, impedirono a Genova, poi a Reggio Emilia, ecc. che si celebrasse un congresso del MSI e che si consolidasse un tentativo di Governo appoggiato a destra (Tambroni). Dopo quei mati di piazza nacquero, con la de- cisa emarginazione delle destre estreme, il Governo delle «convergenze parallele» e, subito dopo, il centro sinistra; ma, ben più al di di questo, nacque una consapevolezza delle forze giovanili decisamente nuova per il nostro pae- se che non le aveva viste direttamente impegnate nell’arengo politico dagli anni della resistenza, nella pro- spettiva di una saldatura fra operai e studenti, una consa- pevolezza che condusse parte dei giovani a militare nelle file del PSI, come «alternativa» alla DC, e successivamen- te a scegliere senza esitazione la scissione, pochi anni do- po, del PSIUP, come forma di protesta costruttiva contro un tentativo di stabilizzazione governativa di stampo moro-fanfaniano, basato sulla rottura della sinistra. Dopo gli anni '64 il fuoco covava sotto la cenere, fino all'incendio nel 1968, che portò alla luce del sole quelle braci ardenti, che introdusse certamente nel nostro mon- do giovanile, e non solo giovanile, nuovi costumi di vi re, che aprì molti più spazi di libertà di quanti non avesse erto aperto il centro sinistra con la nazionalizzazione ell'industria elettrica. Il '68 vide in modo forse più he altro potenziale, ma assai accentuato quella salda- ura fra operai e studenti che i primi anni '60 avevano reconizzato. dramma, di cui stiamo oggi vivendo le amare conse- uenze, fu che la classe politica della sinistra, ivi compre- so il PSIUP, non seppe accorgersi dell'importanza del movimento sessantottesco; è forse l’unica volta in Italia, dopo la resistenza, che si può parlare di un «riflusso mo- derato», in quanto contrapposto ad un precedente «flus- so progressista». Tutte le altre volte che ci si riferisce a questo frasario e nella terminologia politica corrente

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Evo

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se ne fa un grand’uso si adopera un luogo comune: tranne che nella resistenza e nel ’68 il flusso progressista non c’è mai stato, ed il leggendario Cipputi della vignetta di Altan lo mette efficacemente in rilievo. Oppure, andan- do più a fondo, è vero che «ci siamo persi il flusso pro- gressista», perchè quelle pochissime volte che c'è stato noi classe politica non abbiamo saputo avvederce- ne, e negli anni successivi al '68 abbiamo scambiato un grosso fenomeno sociale per un'estemporanea uscita di turbolenza giovanile, da assorbire senza nulla cambiare. Nel giugno del 1972 vedemmo con amarezza la fine del PSIUP, condannato per il mancato raggiungimento del quorum parlamentare da una politica subalterna che sso aveva adottato e della quale Lelio Basso aveva già da alcuni anni saputo rilevare l’inconsistenza. La maggio- ranza approdò al porto del PCI, mentre una minoranza, guidata da Vittorio Foa, pensò di poter continuare nell'esperienza di una politica autonoma a sinistra del PCI, costituendo il PDUP. È della fine di quell’anno la fu- sione del primo PDUP con l’MPL (il quale a sua volta na- sceva, per un fenomeno analogo a quello dei reduci psiuppini, da una scissione autonomistica dei giovani cattolici che in parte hon avevano voluto seguire Li- vio Labor nelle file del PSI). Fu, questa, fra PDUP e MPL, l’unica operazione «fusion-scissionistica» andata vera- mente in porto; almeno a Bologna, tant'è che ancora oggi il gruppo indipendente di sinistra della regione Emilia Romagna, che ha fatto riferimento al consigliere Coni- glio, si basa prevalentemente su forze provenienti dall'ex PL. A oramo così, attraverso l'unificazione fra PDUP e Ma- nifesto, alle elezioni amministrative del 1975, a quel gros- so successo della sinistra che non fu sfruttato, e così nel piccolo della nostra esperienza all'elezione in Con- siglio regionale di Carlo Coniglio, che già era stato pre- sente nel Consiglio provinciale di Bologna in rappresen- tanza del PSIUP, e nel Consiglio comunale prima per il PSIUP poi per il PDUP. Cominciano qui i cinque anni dell'esperienza di questo gruppo che ha portato un con- tributo, sia pur modesto ma consistente, nella costruzio- ne da sinistra della sinistra di qualche nuovo rap- porto politico in Emilia-Romagna. È Parte della esperienza è documentata in questo volumet- to, dal quale si può evincere l’attenzione per i problemi

concreti di questa monorappresentanza consiliare, che prima si presentò come PDUP per il comunismo, poi co- me Democrazia proletaria e infine come Gruppo di Sini- stra indipendente, sempre nel filone dello stesso discorso unitario di una dialettica costruttiva da sinistra della si- nistra. In realtà, di fronte alla fantasmagoria delle sig partitiche con le quali, dal PSI degli anni '60 alla DP degli anni '77 e degli ancora incompresi fermenti giovanili del marzo —, questo Gruppo si è presentato, va notat che non siamo stati noi a «trasvolare» i partiti, ma son stati i partiti a «trasvolare» noi, dal momento che le istanze di base sono sempre le medesime, e dato che la nostra scelta finale di una Sinistra indipendente non ha nulla a che fare con le vecchie scelte delle mosche coc- chiere della sinistra storica, poichè la nostra «indipen- denza» non significa certo l’ormeggio della barca in un porto relativamente tranquillo, ma il riconoscimento che oggi come oggi l’innegabile spazio politico esistente alla sinistra del PSI e del PCI non può essere colmato anche per il miope boicottaggio della sinistra, istituzionale e per la incapacità della nuova sinistra con esperienze di ti- po partitico. Siamo arrivati, in altre parole, a intravedere la probabile inconsistenza delle scissioni, anche se il giu- dizio non riguarda soltanto quelle del '64 e del '72, ma an- che quella di Livorno del 1921. :

I pochi interventi e scritti raccolti in questo libro mostra- no dunque l'impegno, quasi sempre scaturito da un'’ela- borazione collegiale, di queste forze indipendenti di sini- stra, che nella regione Emilia-Romagna hanno ritenuto di poter fare dei temi della politica delle autonomie regio- nali un cavallo di battaglia delle forze progressiste. In tal senso sono illuminanti i contributi relativi alla politica regionale in generale e alla 382 in particolare, dove l’inte- resse per i problemi istituzionali si sposa con un’atten- zione alle esigenze delle masse. Si vedano poi i contributi relativi alla sanità, all'ordine pubblico e soprattutto i progetti di legge, che mostrano in una svariata serie di argomenti l'impegno del Gruppo indipendente di sinistra per un'unificazione delle forze proletarie (vedansi le pro- poste sul parco dell’Acquacheta, sulle case sfitte o sull'energia solare), e per una saldatura tra esse e le com- ponenti radicali della borghesia più avanzata (vedansi i progetti sul referendum, sugli handicappati, o da ulti- mo quello sul collegio per la difesa civica). Guido Pini

Sul documento programmatico e la formazione della giunta PCI-PSI (22 luglio 1975)

CONIGLIO: Signor presidente, colleghi consiglieri, il do- cumento programmatico presentato dal Partito comuni- sta e dal Partito socialista a base del governo della Regio- ne Emilia-Romagna parte, giustamente, da un giudizio sul voto del 15 giugno, sottolineando il significato che es- so assume nel paese, come esigenza delle masse di un profondo mutamento nei rapporti politici e sociali. Credo che ormai da ogni parte politica si sia coscienti di questo, salvo darne ciascuna forza una propria interpre- tazione cercando di collocare il risultato nel quadro di scelte politiche, di metodi, di contenuti che in grandissi- ma parte risultano ormai superati dalla gravità della cri- si economica e sociale che colpisce il paese, dalla crisi di egemonia, della Democrazia cristiana, dal profondo si- gnificato innovatore assunto dalle lotte del '68-'69 ad oggi tra le masse lavoratrici, i giovani, le donne, nell'esercito, nella magistratura, che hanno profondamente sconvolto, con i loro contenuti, vecchi modi di comportamento, vec- chi modi di pensare, a favore di nuovi modi di vivere, di lavorare, di partecipare e di lottare.

Il voto del 15 giugno, che viene dopo la storica (e sottoli- neo storica) vittoria nel referendum sul divorzio e la sconfitta democristiana nel Trentino e in Sardegna sotto- linea questi aspetti. È un voto contro il sistema di potere della Democrazia cristiana, ha un forte contenuto antica- pitalistico, vuole esprimere l'esigenza di mutamento non solo di masse di lavoratori ma anche di strati intermedi colpiti dalla crisi di fondo del sistema, esprime l'esigenza di una alternativa di potere e di governo; apre per noi, di fronte alla sinistra, ed è come una sfida per la sinistra, il problema della transizione ad un sistema sociale diverso, ad un sistema socialista, per uscire da tale crisi profonda del sistema capitalistico.

Il fatto che a beneficiare in grandissima parte dell’avan- zata a sinistra sia stato il Partito comunista e non il Parti- to socialista, dimostra, come già dicemmo ieri, che le masse non hanno voluto premiare chi per anni ha gover- nato in modo subalterno con la Democrazia cristiana.

Il voto è andato in gran numero al Partito comunista ita- liano, al partito che viene visto dalle masse come il perno di una politica di alternativa, che affonda la sua storia in grandi lotte popolari e da cui le masse si aspettano ulte- riori lotte per vedere risolti i propri problemi con una ca- pacità di battere il sistema di potere democristiano. Non crediamo, a questo proposito, che le masse si riter- rebbero gratificate dal successo elettorale del PCI o da una sua legittimazione nella cosiddetta area di governo che sembra essere la preoccupazione prevalente della li- nea del compromesso storico; crediamo che vogliamo ben di più e non certo i piani di emergenza, ma concrete risposte sul terreno dei prezzi, dei salari e della occupa- zione. Nella complessità di voti di fiducia dati al Partito comu- nista la componente di massa che vive profondamente la crisi e che vuole cambiamenti sostanziali contro la politi- ca della Democrazia cristiana è per noi nettamente pre- valente.

In questo quadro anche il nostro risultato, come Partito di unità proletaria, va valutato; è un risultato per noi im- portante, che vale doppio per una forza come la nostra, fuori dalle istituzioni, giovane, senza mezzi, attaccata a fondo sul terreno della dispersione del voto; è il primo ri- conoscimento ad una forza che si batte per l’unità fra la nuova sinistra e la sinistra storica sul terreno, per noi or- mai maturo, dell’alternativa di potere e di governo delle sinistre al regime della Democrazia cristiana.

Anche il risultato del voto in Emilia-Romagna va valuta- to: la maggioranza assoluta al PCI, l'avanzata del PSI, l'affermazione nostra. Ciò rappresenta certo l’espressio- di un giudizio positivo sul modo diverso di ammini- strare delle sinistre, ma anche la presa di coscienza ulte- riore, da parte dei lavoratori, dei giovani, di strati inter- medi, di un sempre più necessario mutamento politico generale nella direzione del paese.

Una indicazione fondamentale, per noi, sul ruolo che le masse emiliano-romagnole vogliono esprimere ai fini di una trasformazione nazionale del sistema di potere e dei rapporti politici e sociali, ponendo, un problema di fon- do, quello di come utilizzare i livelli di potere e di massa conquistati in Emilia-Romagna, gli stessi livelli istituzio- nali controllati dalle sinistre ai fini di una linea alternati- va al potere padronale e democristiano e non di mediazio-

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ne interclassista e di vertice con il governo e con la Demo- crazia cristiana.

Nella nostra regione, infatti, la crisi del sistema e le scel- te padronali e governative cominciano a far sentire pe- santi effetti, il settore di piccole e medie aziende, nato nel periodo della crescita, sull'onda consumistica e con lo sfruttamento accentuato della forza lavoro, sta entrando in difficoltà, mentre la politica di restrizione del credito alla stessa piccola e media azienda, all'artigianato, alla cooperazione, in diversi comparti, ha rallentato l’attività produttiva, provocando un ricorso alla cassa integrazio- ne, a licenziamenti, al decentramento produttivo, con la crescita del lavoro a domicilio.

È in pauroso aumento la disoccupazione intellettuale e giovanile. Da dati sindacali risulta un orientamento del padronato ad investire in alcuni settori che lavorano con ’estero ma ristrutturando il processo produttivo con il ricorso a forme di decentramento, di lavoro a domicilio, non ampliando i livelli di occupazione e colpendo il pote- re sindacale e dei lavoratori. Una crisi pesante investe anche il settore della agricoltu- ra per l'alto costo dei macchinari e delle materie prime, per la mancanza di credito agevolato, di modo che non vanno avanti iniziative progettate nel campo della zootec nia, di altri settori agricoli e vi è abbandono dell'attività in alcune zone.

Un notevole rallentamento vi è nel settore edilizio, in quello dei lavori pubblici, con crisi nei comparti delle piastrelle, del legno, eccetera. Il caro-vita ha tassi sempre elevati. La natura della crisi è quindi tale, e ormai lo rico- noscono quasi tutti, da colpire quella che è stata definita «la diversità positiva» dell’Emilia-Romagna; anzi, la struttura tipica emiliana composta di piccole e medie aziende è oggi soggetta, in diversi comparti, in modo più forte alla crisi e alla stagnazione per la riduzione di certi consumi.

Si apre qui il problema di come rispondere, come sini- stra, a livello generale ed anche regionale, ad una situa- zione di questo genere, e ciò investe problemi di linea che riguardano il movimento, gli strumenti e le forme di lot- ta, la azione sindacale, di massa, le alleanze, l’unità città- campagna, tra nord e sud, il ruolo delle istituzioni eletti- ve a maggioranze di sinistra. . Ecco, sul ruolo delle istituzioni elettive a maggioranza di

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sinistra noi, come Partito di unità proletaria, riteniamo non rispondente alla crisi di fondo del sistema, alla crisi della Democrazia cristiana e al risultato del 15 giugno la scelta politica delle cosiddette nuove intese democrati che, dell'apertura delle maggioranze di sinistra alla De- mocrazia cristiana, al Psdi e al Pri, privilegiando una scelta di vertice, di schieramento, ritenendo possibile una collaborazione a livelli di mediazioni riformistiche con tali forze politiche di fronte alla gravità della crisi in atto. Noi riteniamo che la risposta debba essere un’altra, che le maggioranze di sinistra debbano non solo saldarsi al lotte di massa, ma essere stimolatrici di tali lotte, con progetti di intervento realistici, che divengano obiettivi di lotta e quindi fatti crescere e costruiti dal basso, a li vello di zona, a livello di comprensorio, e non con vaghi progetti molto simili spesso alle enunciazioni governati ve nazionali; questi progetti, per la loro realizzazione, per i mezzi finanziari occorrenti debbono divenire terreno di lotta da parte delle forze sociali che sono colpite dalla crisi, partendo naturalmente dalle esigenze degli strati meno abbienti, costruendo una risposta all'attacco pa- dronale e governativo che viene portato prima di tutto sul terreno dell'occupazione e dell'aumento del costo del- la vita. Questo governo, in definitiva, è il principale ali- mentatore del carovita; in questi mesi sono state aumen- tate tutte le tariffe possibili ed immaginabili, e non a caso noi troviamo una rispondenza enorme nelle nuove forme di lotta che noi sollecitiamo, tipo quella dell’autoriduzio- ne delle tariffe, che è una forma di lotta, che assume se assunta dal sindacato, un significato quale quello che aveva lo sciopero nei primi anni del secolo, una lotta che paga. Non è possibile vedersi continuamente eroso dall'aumento delle tariffe, senza avere discusso e contrat- tato scelte di fondo, investimenti, il salario, le pensioni, come vedono oggi i lavoratori che scelgono appunto ed approvano tale forma di lotta con la quale, noi diciamo, si devono saldare anche gli enti locali retti dalle forze di si- nistra.

Perchè non è possibile ad esempio che gli enti locali vadano ad aumenti delle tariffe del gas senza entrare e di- scutere nel merito la politica dell'ENI, della SNAM, e di quella che è la gestione di questa azienda per cui, se non ci si collega alle masse che rifiutano questi aumenti tarif-

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fari, che chiedono una nuova politica dell’energia, noi non sapremo rispondere a quelle che sono le esigenze che oggi vengono avanzate a tali livelli.

Quindi noi riteniamo che prima di tutto le intese debbano essere fatte con queste forze sociali che sono colpite dalla crisi, su questi contenuti, sui quali andare ad un confron- to, ad una lotta democratica con quelle forze politiche che hanno la responsabilità della crisi economica ed isti- tuzionale che colpisce il nostro paese, come modo per fa- re esplodere le contraddizioni dentro queste forze; per- chè la democrazia cristiana è in prodonda crisi; il Partito repubblicano vive anch'esso una profonda crisi e non parliamo della socialdemocrazia.

Io credo che debbano essere incalzate queste forze politi- che per liberare veramente forze che sono disponibili ad una alternativa sul piano politico e di sistema.

In questo senso allora, come partito di unità proletaria, riteniamo che debba anche mutare il modo di gestione degli enti locali e della regione da parte delle forze di si- nistra, attraverso appunto un più diretto rapporto con le masse colpite dalla crisi. Ecco perchè, per noi, ieri assu- meva significato politico il fatto che la presidenza del Consiglio, la presidenza delle commissioni venissero ri- solte in un certo modo, perchè l'ente regione, che è l'ente che ancora vive un maggiore distacco dalle masse, ha bi- sogno di diventare una realtà per i cittadini, per i lavora- tori. E quindi ha senso anche il modo come l'ente regione si colloca in questo quadro, favorendo quindi la crescita di un blocco sociale antagonistico alle scelte del padrona- to e della democrazia cristiana, che oggi sono le scelte della disoccupazione e del caro vita. Questo infatti è l’unico giudizio che si può dare sulla politica governati- va. E aprendo allora con il Governo, con il suo centralismo un vero e proprio scontro, senza il quale è illusorio pen- sare di modificare i rapporti di potere e avere i mezzi fi- nanziari per rispondere ai bisogni collettivi, basti pensa- re all'attuale situazione di sfascio del sistema fiscale. In questo senso io non condivido il discorso generico che si fa sul ruolo dell'ente locale; ormai è dai tempi del centro-sinistra, da quindici anni che ci sentiamo ripetere queste cose, che l’ente locale non si colloca pregiudi- zialmente a favore, pregiudizialmente contro lo Stato; bisogna fare una scelta rapportata alla situazione attua-

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le. Oggi l'ente regione, soprattutto se diretto dalle forze di sinistra, non deve stare a fare il discorso del pregiudi- zialmente contro, del pregiudizialmente a favore, oggi de- ve dare un giudizio chiaro su che cos'è la politica dello Stato nei confronti delle autonomie e su questo fare un discorso chiaro, e quindi deve denunciare la politica go- vernativa, altrimenti non si rientra neanche in una dialet- tica politica. Ma lo Stato lo vogliamo trasformare, caro Cavina, non vogliamo accettare lo Stato che abbiamo og-

gi...

Allora bisogna denunciare la politica centralistica dell’attuale governo che rappresenta lo Stato centrale. Invece si sfugge a questa dialettica politica.

(interruzioni)

Noi riteniamo necessario questo, e le esperienze passate ce lo confermano, (perchè qui non siamo nuovi a queste esperienze oramai siamo tutte persone che abbiamo più anni di amministrazioni elettive). C'era il vecchio Alvisi, socialista dell’Amministrazione provinciale, che diceva: «è dal 1910 che sento parlare della riforma della finanza locale», ed è morto senza averla vista. Quindi sono cose che ormai conosciamo.

Noi riteniamo, e le esperienze passate ce lo confermano, che sia illusorio ritenere di potere raggiungere tali risul- tati, che vengono enunciati nel documento (la nuova legge sulle autonomie, la riforma fiscale, la riforma della fi- nanza regionale, eccetera, un lungo elenco di problemi), con la linea delle nuove intese democratiche, dell’apertu- ra alla DC, cioè pensare di ottenere mezzi e. poteri (con l’esperienza di tutti questi anni che abbiamo alle nostre spalle), ottenere una trasformazione dello Stato (sì, Cavi- na, perchè noi non vogliamo fare del separatismo regio- nale) con le mediazioni verticistiche o con un fronte delle autonomie locali che comprende tutti, dal Partito comu- nista alla Democrazia cristiana al Partito liberale. Con le scelte, per intenderci, dell'ANCI, dell’UPI, con il gioco delle parti, dove tutte le amministrazioni locali si ritrova- no, fanno il pianto greco e poi, a livello nazionale, ammi- nistratori e governanti democristiani, socialdemocratici, repubblicani, con l'impotenza del PSI hanno sempre fatto la politica che hanno voluto...

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CAVINA: Ti accorgi che la contraddizione è in loro?

CONIGLIO: Sì, però la fanno pagare a noi; sarà in loro, ma la paghiamo noi

Muoversi in questo modo significa non incalzare il potere democristiano nella sua crisi e, al limite, permettere nuo- vi anche se difficili equilibri, perchè io sono convinto che, per quanto ancora si commettano errori da parte della si- nistra, ormai voi democristiani siete in una crisi da cui non ne verrete fuori, in una situazione di crisi del paese che viene scaricata però sempre più sulle masse popola- ri.

I risultati negativi di questi anni nel campo delle autono- mie dimostrano che i partiti di governo, con la democra- zia cristiana in testa, che è poi quella che conta nel gover- no centrale, perseguono un disegno di rafforzamento cen- tralistico dello Stato. Non a caso l'attuazione definita ri- voluzionaria delle Regioni avvenne nel momento in cui da parte della Democrazia cristiana e del governo si ac- centrava il sistema fiscale, del prelievo statale completo, andando verso un ulteriore centralismo dell'entrata e della spesa pubblica. Questo per dimostrare la volontà democratica e di decentramento, che animava le forze di governo e la Democrazia cristiana. Quindi con un tipo di rafforzamento centralistico che è stato fatto nell’interes- se dei gruppi padronali e dei gruppi di Stato, centri di po- tere della Democrazia cristiana. Perciò da parte di queste forze si tende sempre più ad as- segnare un ruolo subalterno e di ordinaria amministra- zione alle regioni e alle autonomie locali, a scaricare nel quadro della finanza pubblica la crisi del sistema sulle istituzioni pubbliche decentrate. Da tale situazione per noi si esce con una lotta a fondo contro tali scelte, a tutti i livelli in cui il movimento ope- raio e democratico e le forze di sinistra operano (dalle fabbriche, al territorio, alle istituzioni) costruendo gli strumenti di lotta in tali realtà, strumenti di lotta che i la- voratori vogliono darsi anche con larghe capacità di al- leanze, nelle fabbriche e nelle zone. È aprendo una ver- tenza di fondo con il sistema di potere democristiano, preparando le condizioni di una alternativa di potere e di governo, costruita dal basso, controllata democratica- mente, capace di rintuzzare manovre che venissero por- tate su terreni antidemocratici e autoritari.

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In questo senso, come Pdup, ci batteremo per favorire la più ampia partecipazione delle masse alle decisioni e alle scelte, costruendo insieme risposte e lotte, attraverso il decentramento degli enti elettivi, con forme anche di ele- zione diretta, con la delega delle funzioni regionali verso il basso, con un confronto continuo, non formale, tra le strutture democratiche del movimento e delle organizza- zioni di massa ed i livelli istituzionali.

Bisogna realizzare le condizioni perchè trovino risposta i bisogni delle masse sul piano sociale, economico e cultu- rale, per un nuovo modo di lavorare e di vivere.

Per questo, secondo noi, è urgente costruire una risposta qui la dimensione del programma, su che cosa deve ca- ratterizzarsi il programma) che metta al primo posto il problema dell'occupazione. Ormai l’incompatibilità tra piena occupazione e capitalismo è palese, occorre mette- re al centro questo problema dell'occupazione in termini corrispondenti ai bisogni collettivi, con investimenti di- retti verso tali necessità e quindi anche con forme e stru- menti adeguati di lotta.

Qui balza in primo piano il problema dell’utilizzazione delle risorse e qui c'è quel riferimento nel documento presentatoci della disponibilità della Regione a concor- dare di gestire la limitata finanza pubblica che mi sem- bra un discorso che non regge nell'attuale situazione. Altro che gestire la limitata finanza pubblica, o concorda- re sulla gestione della finanza pubblica che significa qua- si una accettazione delle compatibilità di cui parla La Malfa con il dibattito che oggi è in corso. Io credo che oc- corra andare con forza a mutare innanzitutto il sistema fiscale che oggi colpisce a fondo il lavoro dipendente e i pensionati e che permette larghissime evasioni.

Anche su tale terreno ci appare vana una mediazione ver- ticistica con la Democrazia cristiana e il suo sistema di potere. Va riaperta sul fisco, da parte della sinistra, una lotta a fondo per mutare il rapporto fra imposizione di- retta e indiretta, per ridare una capacità impositiva ai co- muni e alle regioni, per attuare un controllo di base de- mocratico da parte dei consigli di quartiere e di zona, sul- le capacità contributive di ognuno, per colpire tutte le evasioni. Va messo insomma in discussione, aprendo con- tro di esso una lotta a fondo, l’attuale sistema di entrata e di spesa pubblica, che è poi l’edificio del malgoverno de- mocristiano, basato su un uso capitalistico e clientelare

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della spesa pubblica, su carrozzoni inutili, dalle mutue alla federconsorzi, su partecipazioni statali che operano in modo rispondente alla logica privatistica ed avventuri- stica, dilapidando il danaro pubblico.

Sulla casa, sulla difesa della salute, sui servizi sociali, in agricoltura e nei trasporti, è oggi possibile aprire verten- ze di massa, spostare in modo adeguato vaste quote di spesa pubblica, creando condizioni per una nuova occu- pazione per riconversioni produttive e per rispondere ai bisogni sociali della collettività.

Colleghi «del Consiglio, con la spinta a sinistra del 15 giu- gno e la volontà di lotta delle masse, con il controllo dato alla sinistra di altre regioni e città si può favorire la cre- scita di tale linea dell’alternativa di potere e di governo alla democrazia cristiana.

Questa è perlomeno la nostra linea, come partito di unità proletaria per il comunismo, che intendiamo fare avanza- re a livello di massa, nella sinistra, con un confronto aperto e non settario, teso ad una unità che incida, che cambi, che dia risposte vere.

In questo senso l’asse strategico nostro è chiaramente di- verso da quello sul quale si colloca la Giunta Pci-Psi. In questo senso si spiega la nostra non partecipazion alla Giunta, del resto, proprio per questi fatti, neppure richie- staci; il nostro disaccordo con il patto sottoscritto dai va- ri partiti sull’Ufficio di presidenza e sulla presidenza del- le Commissioni.

Ma tutto questo non ci porta a posizioni di chiusura: noi vogliamo l'unità a sinistra, lo diciamo anche troppo spes- so; per la gravità della crisi del sistema e della Democra- zia cristiana, riteniamo mature le condizioni per costrui- re una alternativa di sinistra. Noi lavoriamo per questo e questo vogliamo spiegare alle masse, perchè comprenda- no il significato e la volontà unitaria che ci anima.

Per questo, pur con tali posizioni, voteremo la Giunta Pci- Psi, ma la incalzeremo a fondo, cercando di portare un contributo di idee e di azione sui programmi e ci sentire- mo pienamente liberi di esprimere critiche, oltre che alla linea generale, ai singoli provvedimenti, assumendonce- ne naturalmente tutta la responsabilità.

Cercheremo di favorire, anche dall'interno dell’istituzio- ne, la crescita di un movimento di massa che la consideri. da un lato come una controparte e dall'altro come un punto di appoggio contro l’attuale potere centrale.

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Dibattito sulla crisi economica (ottobre 1976)

CONIGLIO: «Non si può non partire, nell'affrontare la te- matica posta dalla relazione di Cavina, da un giudizio preciso sulle scelte di politica economica precisate dal presidente del consiglio Andreotti nell'ultimo dibattito parlamentare che ha visto la riconferma della «non sfidu- cia» al governo.

Il quale sta scaricando con il prelievo indiretto il costo della crisi sulle masse popolari, per ottenere un blocco sostanziale dei salari, tentando anche la strada della fi- scalizzazione degli oneri sociali finanziata con un prelie- vo indiretto, senza nessun impegno preciso di nuovi inve- stimenti per la ripresa produttiva.

Nel quadro della scelta di astensione di PCI e PSI, An- dreotti e la DC tentano di mettere in discussione le con- quiste e gli obiettivi concreti (sviluppo dell'occupazione, nuovo sistema produttivo basato in buona parte sullo svi- uppo dei consumi collettivi) su cui in questi anni vi era stata una saldatura tra movimento di lotta e forze di sini- stra, pur di fronte a sbocchi politici inadeguati e ben veri- ficabili oggi. Quando si aumenta la benzina, le tariffe dei servizi pub- blici, si attua il prelievo indiretto e non si sceglie la via della tassazione diretta per i redditi medio-alti, dell'im- posta patrimoniale, o sulle rendite finanziarie, si com- prende bene su chi si vuole scaricare la crisi, non inciden- do sull’inflazione e non aggredendo i nodi di fondo del meccanismo in atto, con la premessa di nuove scelte pro- duttive e di riconversione. Così ad esempio aumentare la benzina è tariffe dei servizi pubblici, significa continuare ancora come prima, con la priorità data alla motorizza- zione privata e con il trasporto pubblico sfasciato, subor- dinato e reso più costoso per chi lo usa, non incidendo così sul deficit petrolifero e su nuove scelte produttive. Da qui nascono, come PDUP, le nostre proposte sul razio- namento della benzina e della carne, per risanare il defi- cit, difendendo i livelli minimi di consumo per tutti, par- tendo dai reali bisogni e non aumentando il prezzo; tale era la nostra proposta di prelievo diretto e patrimoniale iniziando sin da ora con gli accertamenti dal basso (cons gli tributari) per reperire i fondi degli evasori (che sono mi-

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gliaia di miliardi) con i quali va coperta una buona parte dei costi dei servizi sociali (scuola, trasporti, asili, sanità, ecc.) che devono essere dati gratuitamente o a prezzo po- litico è che non possono essere gestiti in una logica di costi-ricavi, senza colpire le famiglie più bisognose, ri- cacciando indietro conquiste culturali, quali la liberazio- ne della donna dalla servitù famigliare, servitù contesta- ta giustamente dal movimento delle donne, non risolven- do lo stesso problema del deficit (es. trasporto pubblico). Ciò che ne viene dalle misure straordinarie è solo il ro contributo dato dal governo e dalla DC per saldare il proprio blocco imprenditoriale e di potere (Cefis, Agnelli, ecc.) È per questo che noi siamo con il movimento di lotta e con tutte le forze che dicono NO all'attuale linea governa- tiva ed è mai in questa linea che si collocano le nostre scelte per nuovi indirizzi rispondenti alle esigenze collet- tive, di diminuzione della dipendenza dall'estero, relati- vamente alla collocazione dell’Italia nel mercato interna- zionale (con nuove rinegoziazioni dei rapporti a livello MEC e mondiale). Combattendo la logica dei prestiti in- ternazionali, che toccano ormai 17 miliardi di dollari, e che sono legati alle attuali scelte di governo su un terreno antipopolare e antioperaio. Il PCI con la scelta di muoversi sul piano delle contraddi- zioni della crisi capitalistica per inserirvi elementi dina- mici di ripresa del meccanismo di accumulazione, accet- tando questa struttura produttiva così com'è, rischia di consumare fino in fondo un'ipotesi veramente economici- sta che, rispetto alla dimensione e alla qualità della crisi, non riesce a garantire una ripresa senza distorsioni del profitto, nonostante una dura restrizione dei consumi e dell'occupazione. Inoltre il blocco della spesa pubblica e la paralisi dei servizi sociali come conseguenza dell’ac- cettazione della linea Andreotti mette in discussione lo stesso «modello emiliano» anche se Cavina tende nella sua relazione, a negarlo. In Emilia viene portato un duro colpo non solo allo sviluppo delle piccole e medie aziende e dell'artigianato (restrizione del credito), ma al tipo di RE costruito dall'ente locale nel campo dei servizi sociali e collettivi un livello economico che aveva raccol- to parte delle esigenze che uscivano dalle lotte del '68. Ma la crisi attacca tale modello in un acuirsi di contrad- dizioni tra chi vuole razionalizzarlo ed espanderlo (al-

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leando enti locali a imprenditori e partecipazioni statali) e chi pensa ad un ulteriore sviluppo dei servizi sociali, ma entrambi nel quadro di una linea che non punta ad una lotta al potere DC ALLA COSTRUZIONE DI UN BLOCCO ALTERNATIVO E DI SBOCCO UNITARIO A SI- NISTRA.

Oggi invece la crisi creditizia e della finanza locale deter- mina l'allineamento della dinamica dell'economia regio- nale a quella nazionale, per quanto già in atto come si può rilevare dai dati occupazionali e produttivi.

Infatti troviamo un allargamento più che proporzionale di occupazione nel terziario, un minimo aumento nel comparto industriale ed una caduta nell’agricoltura. Di converso abbiamo un aumento delle unità produttive, che dimostra un aumentato processo di disaggregazione della organizzazione del lavoro tesa a diminuire la con- flittualità operaia (lo statuto dei lavoratori non opera sot- to i 15 addetti) e favorisce la subordinazione dell’artigia- nato precedentemente autonomo al grande capitale, il la- voro nero e non solo nei settori tessile-abbigliamento. Nel contempo nessuno si muove seriamente per colpire la rendita bancaria che incide sui deficit degli enti locali per il 30% e su Bologna per il 27%. Questa ci sembra la situazione preoccupante in atto nel Paese. In tale quadro di politica economica e finanziaria governativa appare illusorio un discorso di rilancio eco- nomico regionale quale quello indicato nella relazione anche in un'ottica interna ancora al modello attuale e gio- cata su un terreno di razionalizzazione. È infatti puro ot- timismo dire che vi è coincidenza tra l’azione della Regio- ne e quella del governo nei settori dall’agroalimentare al- la chimica. Forse a livello di puri titoli.

Per la chimica secondaria ad esempio la Montedison pun- ta ad una riduzione della base produttiva e, per l’attuale quadro di divisione internazionale, in tale campo occorre una nuova collocazione dell’Italia e nuove negoziazioni dei rapporti. Questo vale per l’elettronica, con i connessi problemi della ricerca e per il piano agroalimentare dove i condizionamenti della CEE sono di ostacolo ad uno svi- luppo dell'agricoltura che incida sul deficit alimentare, rilanciando anche come occupazione il settore agricolo, con beneficio sui prezzi e sui consumatori (lotta all’inter- mediazione).

Alcune riflessioni ci vengono ad esempio per quanto ri

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guarda il porto di Ravenna su cui la Regione ha preso im- pegni pesanti, con gli enti locali, e che nel quadro econo- mico regionale, ai fini delle esportazioni, favorisce pochi complessi (tubi, asfalti, l’ANIC solo in parte) e non certo la ortofrutta, la meccanica strumentale, ecc. Ci pare in- somma vi siano ampie contraddizioni nelle scelte locali, mentre le scelte nazionali del governo non assicurano nulla ai fini di un intervento serio in tali settori. Nei primi sei mesi del ’76, in Emilia, abbiamo visto una ripresa legata alle vicende monetarie, nei settori con espansione produttiva, dagli alimentari ‘alle ceramiche, ma con un calo dell'occupazione. Mentre in crisi sono al- cuni settori della meccanica strumentale (es. la stessa Minganti di Bologna). Per uno sviluppo di tali settori è ne- cessario riprendere le piattaforme sindacali di Rimini con una lotta per un controllo alternativo a quello della DC sugli strumenti fiscali e creditizi. In mancanza di tale controllo anche il piano di riconver- sione industriale sarà un modo per coprire la reale politi- ca governativa, ossia quella del blocco dei salari, la fisca lizzazione degli oneri sociali, il blocco della scala mobile e della contrattazione articolata. Nella relazione di Cavina poi non è giustamente valutato problema della disoccupazione giovanile, che è un fatto centrale in Emilia-Romagna. Risulta da una indagine che giovani dai 14 ai 18 anni lavo- rano per il 50% per una media di tre mesi all'anno. Quin- i abbiamo; negli ultimi anni della scuola secondaria un ato di occupazione massiccia con un dato di disgrega- zione evidente che tende a favorire quel doppio mercato el lavoro presente nel disegno di legge di Andreotti. dato di offerta di lavoro non qualificato viene molto spesso coperto in tale modo e possiamo prevedere come in regione la crisi accentui lavoro nero, part-time, forme diverse di sfruttamento. Inoltre vi è il dato della disoccupazione intellettuale che se è di 16.000 per l'Istat, risulta in realtà tre volte tanto. Ora il problema va visto nel quadro di una modifica e di un allargamento della base produttiva, non assumendo in modo subalterno alla attuale domanda lo stesso proble- ma della formazione professionale che va legata ad ipote- si di modifica produttiva. In questo senso la regione ha atteso Andreotti, senza pre- disporre niente, mentre si era impegnata alla creazione

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di un fondo regionale da utilizzare nei settori di compe tenza. Fino ad ora non si è visto nulla di tutto ciò.

Su tale terreno noi riteniamo debba andare avanti la pro- posta della FLM di un fondo triennale per l'occupazione giovanile, collegandone l’uso all'allargamento della base produttiva, alla riduzione dell’orario-di lavoro, ad espe- rienze integrate di studio e di lavoro».

Sulla attuazione della legge 382, sui poteri alle regioni (seduta 26/1/1977)

CONIGLIO: Le vicende di questi giorni relative all'uscita del decreto governativo per la finanza dei comuni, insie- me ai dati risultanti dalla riunione del Consiglio dei mini- stri sulla attuazione della legge 382 (e potremmo aggiun- gere le vicende del disegno di legge sulla riconversione industr iale) ci pare confermino le analisi da noi fatte sul governo Andreotti, sulla sostanza antipopolare e centr: stica della sua politica, che abbiamo definito di sacrifici per le masse popolari senza contropartite, e quindi sul dato a nostro parere grave e denso di rischi della strategia astensionista del Partito socialista e del Partito comunista. Non solo ci troviamo in tale materia (quella della cosid- detta riforma dello Stato) di fronte a ritardi politicamen- te manovrati (con costi pagati dalle masse popolari in ter- mini di spreco, di inefficienza, di mancanza di servizi), ma a ] momento dei provvedimenti del governo (decreti legge, quasi sempre, come è stato sottolineato da Ingrao, che se ne è lamentato) vediamo sostanzialmente eluse tut- te le belle richieste unitarie dei convegni di Viareggio, delle assemblee delle Regioni, delle proposte dei tecnici spesso avanzate (come nel caso della commissione Gian- nini). Il dato relativo al consolidamento dei debiti a breve dei comuni e delle province è esemplare della volontà politi- ca del governo DC (e in quale conto è tenuto l'appoggio esterno della sinistra storica, come la chiamiamo noi): niente vi è per aumentare le entrate, i mutui per il conso- lidamento avvengono al tasso del 15% con scadenza no- vennale, costringendo a quote di ammortamento pesan- tissime; in più si tolgono le garanzie per contrarre ulte- riori mutui per investimenti, obbligando a passare per una cassa depositi e prestiti non finanziata e a il blocco rigido delle assunzioni.

Quando dicevamo che la D.C., dopo che le elezioni ammi- nistrative hanno portato le sinistre al governo delle città, sta manovrando per strozzare le autonomie e perchè il malcontento popolare si indirizzi verso i governanti loca- li, e ne accennava ieri anche il sindaco di Torino, Novelli, mi pare fossimo nel giusto.

Ma tale politica è possibile, secondo noi, nel quadro di

una debolezza della sinistra che, non vedendo prospetti- ve di alternativa a tale governo, lavorando per co- struirla sui bisogni popolari con una politica di giustizia sociale vera nel prelievo e nella spesa, è prigioniera di ta- le stato di cose e della manovra democristiana.

Per non parlare, in tale quadro, delle uscite del segreta- rio del PRI, Biasini, che sulla «382» ha parlato di necessi- di ulteriori rinvii sino a che non è stata precisata la ri- forma di tutto l'ordinamento locale, come se tale batta- glia non fosse strettamente legata proprio a quella per il riordino dei ministeri, con tempestività, per non cagiona- re ulteriore spreco derivante dall'attuale struttura e dal- le incertezze e ritardi della normativa.

Sappiamo, in una condizione già di inefficienza e di spre- co, quanto pesino le incertezze e i ritardi, le lotte politi- che e burocratiche per la conservazione dei poteri, oppu- re l'assenza e il disinteresse quando si pensa con certezza che questi poteri saranno persi. Possiamo pensare all’at- tuale situazione, ad esempio, di funzionamento delle mu- tue, in una prospettiva che dovrà vederle passare alle Re- gioni.

Noi quindi crediamo che non sia il caso di dissertare troppo sugli schemi che abbiamo tuttora della commis- sione Giannini, anche se alcune osservazioni precise cer- cherò di farle.

Dopo il decreto sulla finanza locale e il disegno di legge sulla riconversione industriale (che copre le falle enormi delle partecipazioni statali) e taglia fuori le regioni da ogni potere reale alla definizione delle scelte, siamo sicu- ri che in tale quadro politico il Governo eluderà (come già appare) le stesse proposte della commissione Giannini, come si evince del resto fra le righe della relazione stessa della commissione Giannini, laddove si legge ad esem- pio che «la commissione atto che le amministrazio- ni statali più interessate hanno di proposito evitato la di- scussione delle proposte contenute nel rapporto di lavoro e, considerando ciò pessimo esempio di costume non de- mocratico, ne fa segnalazione al Parlamento». In questi termini si concludono le considerazioni generali della commissione Giannini. Questo fattore, il silenzio degli apparati burocratici, è estremamente sintomatico. Le amministrazioni statali interessate non hanno parlato, l'apparato amministrativo ha dato poco o nessun peso agli schemi, pensando o di riuscire a non farli approvare,

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o comunque di disapplicarli nella pratica, riconquistan- do le posizioni perdute in virtù della stessa sopravviven- za degli uffici statali titolari delle funzioni trasferite che resteranno in vita. E noi sappiamo che la burocrazia ha sempre uno stretto collegamento con il potere politico, in questo caso il potere politico centrale del Governo.

Noi riteniamo sia sbagliato avviare un processo di regio- nalizzazione in chiave puramente amministrativa, quale è alla fine la ridistribuzione delle competenze correlative al trasferimento delle funzioni. Non è ammissibile che ci si appaghi dei risultati di questa operazione, senza consi derarla ancora niente altro che il primo momento di una trasformazione radicale e necessaria dell'ordinamento pubblicistico.

Occorre anzi abbandonare decisamente questa linea am- ministrativa, rompere il guscio dell'ordinamento ammi nistrativo entro il quale si sono contenuti sino ad ora i trasferimenti di funzioni alle Regioni.

È sempre passata un po' nel dimenticatoio la disposizio- ne dell’art. 6 della 1. n. 382, secondo cui «il Governo è de- legato ad emanare... (sempre entro il termine del 25-7 1977, così prorogato dalla 1. n. 894 del 27-11-1976, pubbli- cata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 10-1-1977) uno o più decreti aventi valore di legge-ordinaria, diretti a provve- dere alla soppressione degli uffici centrali delle ammini- strazioni statali a seguito del trasferimento delle funzio- ni alle Regioni a Statuto ordinario operato con i decreti delegati previsti dall'art. 1, primo comma...». La questio- ne era stata affidata, pare (ma le informazioni al riguardo sono estremamente scarse), ai lavori di una commissione di studio di carattere burocratico-ministeriale). Sta di fatto, comunque, che di questi eventuali lavori non si sa niente. La cosa sarebbe stata, invece, estremamente im- portante. Il grave, gravissimo, insormontabile limite del- la 1. n. 382 del 1975 consiste nella scissione delle compe- tenze regionali da quelle delle amministrazioni statali centrali, nell’operare cioè sul solo versante regionale, nello stralcio della materia del riordinamento dei mini- steri dal progetto n. 114 del Senato (della scorsa legisla- tura) e da quello n. 3157 della Camera. La delega contenu- ta nella prima parte dell'art. 6 della 1. n. 382 consentireb- be, sia pure nella limitatezza, una certa operazione di riordinamento degli apparati centrali, inscindibile da quello delle amministrazioni regionali. La «soppressione

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di uffici» ivi prevista è ben poco, non consente quel riorganizzazione globale che è necessario attuare conte- stualmente al trasferimento di nuove funzioni alle Regio- ni; tuttavia, attraverso una interpretazione eventualmen- te estensiva del concetto di «uffici» sarebbe possibile operare un inizio di riordinamento degli apparati centra- li che è assurdo pensare restino uguali a prima, dopo che quasi un terzo delle loro competenze passa alle Regioni. Nè, comunque, le due operazioni, quella del completa- mento dei trasferimenti e quella della soppressione degli uffici, possono andare disgiunte, ed essere anche solo studiate da due organi diversi. Di questo si è resa conto la stessa Commmissione Giannini la quale, mentre nella prima stesura degli schemi a cura del suo ufficio di presi- denza (aprile 1976) aveva parlato di soppressione di uffici soltanto nello schema dell'agricoltura, nell'ultima stesu- ra della sua relazione (dicembre 1976), dopo avere tratta- to dell'art. 6 della legge, sembra giustamente volersi dare carico anche dell'attuazione di tale delega, prevedendo nelle sue proposte normative una organica e sistematica soppressione di uffici. Si pensi, ad esmpio, alla Proposi- zione dello schema della Sanità, alle Proposizioni Norma- tive delle Attività Culturali, o in genere alle Proposizioni normative finali di ogni schema. È questo, dello stralcio della materia del riordinamento dei Ministeri dalla 1. n. 382, della settorializzazione del problema delle competenze regionali, della mancanza di un'ottica unitaria non risolvibile neanche col piccolo strumento della attuazione della lett. A) dell’art. 6, il no- stro punto critico, il grave ostacolo di oggi. Anche qualo- ra la legge delegata di attuazione dell’art. 1 della «382» fosse fatta nel modo tecnicamente e politicamente mi- gliore il che non crediamo finiremmo comunque per concludere ben poco. La parte finale delle Conside- razioni generali della relazione della Commissione Gian- nini, non a caso e nell'ultima stesura dice: «Certamente sarebbe stato molto meglio se giusta l'iniziale disegno della legge di delega, la Commissione avesse potuto tra- smettere i materiali di studio raccolti a quell'altro orga- nismo collegiale che si sarebbe dovuto occupare della ri- strutturazione degli apparati centrali statali. Così come invece è congegnata la legge di delega, la ristrutturazione degli apparati centrali è rinviata, puramente è semplice- mente, al futuro. La Commissione reputa di dover richia-

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mare l’attenzione del Parlamento» (ma, annoto io, quale Parlamento, dato che il decreto verrà emanato dal Gover- no, e verrà solo esaminato, con parere soltanto obbligato- rio ma non vincolante, dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali?) «su questa, a sua opinione, molto grave risultanza della legge delegata. Quale che sa- infatti il contenuto che alla legge medesima si dovrà dare, e quindi quale che sarà la dimensione della sop- pressione di organi e di uffici degli apparati centrali sta- tali, in ogni caso si avrà un risultato altamente imperfet- to». E queste sono notazioni fatte naturalmente da tecni- ci che però rappresentano un dato politico preciso edevi- dente.

Quindi, pur non volendo attribuire agli schemi della Commissione Giannini quel valore mistificatorio e cari- smatizzante, pur volendo continuare, preliminarmente, ad esprimere le perplessità «a monte», che fino ad ora ab- biamo esposte; pur rilevando i limiti strutturali della leg- ge di delega n. 382, è. necessario rilevare gli aspetti positi- vi di alcune norme, spesso già in vigore, della legge stes- sa, quali il secondo comma dell'art. 1, che prevede le inte- se o le gestioni comuni fra Regioni finitime, o l'art. 4, che finalmente abroga la ottocentesca previsione dell'art. 62 della legge Scelba e affida il controllo sulle deliberazioni degli enti locali nelle materie delegate e subdelegate ai Comitati regionali di controllo. Così come è opportuno sottolineare la positività delle previsioni normative della Commissione Giannini, nella versione della prima stesu- ra degli schemi, e comunque nel perfezionamento conte- nuto nell'ultima. Si pensi, ad esempio, ai «principi» in materia di attività culturali, che facendo esplicito richia- mo al concetto di «corpo sociale» di cui all'art. 1 della 1. n. 382, giustificano la previsione delle competenze regio- nali in materia non tanto come era negli schemi prece- denti con un piuttosto surrettizio richiamo alle norme in materia di polizia degli spettacoli, quanto con una con- clamata ed esplicitamente asserita necessità di amplia- mento del catalogo di competenze dell’art. 117 della Co- stituzione. In questo senso noi riteniamo che da parte delle regioni debba venire un discorso molto più preciso per quanto riguarda il trasferimento alle regioni stesse dei seguenti organi e istituti: gli organi di tutela, le so- praintendenze archivistiche alle gallerie, ai monumenti e alle antichità, nonchè le sopraintendenze statali e i beni

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librari nelle regioni a statuto speciale, le competenze su- gli istituti culturali di interesse locale (accademie, archi- vi, biblioteche, deputazioni e società di storia-patria, pi- nacoteche e musei, con l'esclusione delle biblioteche uni- versitarie) e dei seguenti istituti centrali di interesse na- zionale: l'archivio centrale dello Stato, la biblioteca na- zionale centrale di Firenze, le biblioteche dei ministeri e dell’amministrazione autonoma dello Stato ed altri enti di questo genere, più l'ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche, i centri di lettura e i centri sociali di educazione permanente, il servizio nazionale di lettu- ra.

Noi crediamo che da alcuni punti evidenziati nella rela- zione della commissione Giannini vi siano le condizioni per avere questo tipo di gestione a livello regionale.

Fra i molti miglioramenti degli schemi della Commissio- ne Giannini nella sua ultima stesura, possiamo indicare la presentazione degli enti da spogliare di funzioni o da scorporare, allegate allo schema della Sanità, tabelle che danno un senso a tutto lo schema, fino ad oggi sostanzial- mente monco; e anche ulteriori perfezionamenti de lo schema dell'agricoltura anche se a questo riguardo è molto importante il tipo di rapporto che si riuscirà a co- struire per quanto riguarda la partecipazione e il peso delle regioni, oltre che l'autonomia nei rispettivi territo- ri, riguardo alla politica comunitaria della CEE, che è poi l'elemento determinante della politica statale nel settore dell'agricoltura. Mentre invece non si può rilevare che una limitatezza delle previsioni in tema di credito da par- te della relazione della commissione Giannini, salvo un particolare riferimento al credito agrario che secondo noi è ancora limitativo. Manca, per quanto riguarda il credito, un quadro di riferimento organico, in particolare per quanto riguarda i poteri delle regioni nel credito in riferimento alla politica industriale e soprattutto alla piccola e media industria e al tipo di presenza e di peso che le regioni debbono avere nelle decisioni relative agli istituti di credito, sia alla politica finanziaria e del credi- to sia nella nomina degli organismi dirigenti che non può assolutamente continuare nel modo attuale che non è neanche, come diceva il consigliere Bartolini, una lottiz- zazione, una spartizione, perchè nel settore del credito la democrazia cristiana non ha mai spartito niente con nes- suno; vale a dire che degli incarichi dirigenti all’interno

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dei maggiori istituti di credito la Democrazia cristiana ne ha fatto monopolio proprio.

Quindi, e mi avvio alla conclusione, noi riteniamo che al- tro punto critico della struttura della 1. n. 382 del 1975, oltre a quello in precedenza esaminato, relativo alla man- cata previsione del riordinamento dei Ministeri centrali, è quello della forma legislativa scelta all'uopo, la legge delegata. Non è un tentativo di escamotare il problema con vecchie osservazioni democraticistiche, il dire che queste cose, il riordinamento delle funzioni regionali, quello conseguente anche se appena accennato degli altre enti locali. il riordinamento dei Ministeri centrali, cioè la riforma dello Stato, devono essere fatti dal Parla- mento con legge. Il sistema della «sostanziale» delegifica- zione, attraverso i decreti-legge e i decreti legislativi, o leggi delegate, è piuttosto vecchio. Risale almeno al fasci- smo, quando affidava a Rocco la riforma dei Codici. Ma allora esso era conforme all’ispirazione antidemocratica dello Stato. Grave è che questo sistema sia continuato inalterato negli anni dello Stato repubblicano, e che con- tinui ancora oggi. Da questo punto di vista non posso che totalmente dissen- tire dalle conclusioni della parte finale delle considera- zioni generali della relazione Giannini, aggiunte nell’ulti- ma stesura, secondo cui «si ritiene che la legge delegata sia fondamentale e necessaria. Fondamentale per avviare il riassetto dei pubblici poteri globalmente considerati, necessaria perchè non esiste altro strumento che sia tec- nicamente più rispondente a questa finalità». Dove, gli esperti della Commissione Giannini, individuano la «ri- spondenza tecnica?». Forse nella circostanza che con la legge delegata è lasciato alla Commissione uno spazio maggiore? O forse ma non voglio crederlo nella con- vinzione che il Parlamento non sia capace di fare leggi impegnative di riforma dello Stato, meglio affidabili agli addetti ai lavori quando poi sappiamo che il parere e il la- voro spesso viene disconosciuto da parte del governo. Avviandomi alle conclusioni, mi sia lecito ricordare alcu- ne frasi dell'intervento del prof. Berti al Convegno bolo- gnese di maggio sulla 1. n. 382.

«Quale è il peso che la legislazione statale, conservata pressochè intatta nei presupposti, nei principi informato- ri, nei riferimenti organizzativi, ha esercitato ed esercita sulla riforma regionale? È da credere che non ci possa es-

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sere riforma se le leggi permangono quali erano, se da es- se continuano a dedursi le funzioni e tali funzioni debbo- no esercitarsi secondo principi che promanano da quelle leggi. Di fronte a ciò è chiaro che gli apparati statali si- gnoreggiano negativamente la situazione complessiva e riescono sempre a riprendersi ciò che hanno momenta- neamente perduto. In altri termini, la sede del potere non cambia. Infatti, i trasferimenti di funzioni allargati con le deleghe divengono poco alla volta un mezzo di conservi zione, una rivincita della burocrazia statale o di quella nea di conservazione alla quale aderiscono insieme, nella continuità di un antico patto, le forze politiche conserva- trici ed i registi degli apparati». «In nome dell'interesse nazionale sarà sempre agevole, come lo è stato nel passato, ripristinare per materie, o per determinati gruppi di materie, i punti di forza dell'amministrazione statale, i rapporti tradizionali e fondamentali su cui questa si è sin dall'inizio rialzata giu stificando continuamente la sua necessità. Il punto di vi- sta dell'interesse è ambiguo e si risolve in decisioni arbi- trarie: senza togliere nulla alla sua legittimazione e al suo utilizzo, può dirsi bene che esso è divenuto l’espres- sione aggiornata della supremazia statale». E, ancora: «la strada dei trasferimenti, proprio nel mo- mento in cui sembra essere percorsa fino in fondo ed esaurire tutte le sue utilità, mostra chiaro il limite della riforma regionale che non ha saputo o voluto diventare riforma dello Stato».

Da tutto quanto detto, e particolarmente in relazione alla mancata previsione nella legge delegante del riordina- mento dei Ministeri, alla forma strutturale della legge de- legata che taglierebbe fuori il Parlamento dalla riforma regionale si deduce ancora una volta che noi abbiamo ben poca fiducia nell'attuazione o, comunque, in una vali- da attuazione della 1. n. 382, nel quadro politico attuale e con i riferimenti che abbiamo per quanto riguarda altri aspetti che citavo prima sulla finanza dei comuni e delle province e sui poteri delle regioni nel campo della ricon- versione industriale.

Una attuazione che, oltre tutto, difficilmente potrà aver luogo nei termini della proroga della 1. n. 894 del 1976, approvata dal Parlamento il 22-1 1-1976 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 10-1-1977 con uno scandaloso ritar- do. È

Noi avremo ancora una volta il non rispetto dei termini. In ogni caso, crediamo che le osservazioni che abbiamo qui portato riguardino soprattutto un tipo di intervento-e un tipo di scelta che oggi viene fatto a livello del Governo che, secondo noi, non porterà ad una effettiva riforma dello Stato secondo quelle che sono le esigenze e le aspet- tative delle masse popolari e che quindi sia necessario anche, come forze di sinistra, riflettere a fondo sui risul- tati dell’attuale strategia politica.

Sui fatti di Marzo del 1977 a Bologna (seduta del 14/3/1977)

CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, quanto è acca- duto in questi giorni a Bologna, oltre ai fatti di Roma, non può non essere oggetto di attenta analisi da parte del- e forze di sinistra e democratiche, da parte della classe operaia, non solo per evidenziare responsabilità, ma per capire il disegno che sta alla base di tali avvenimenti, gli obiettivi a cui si vuole giungere nel paese, gli errori pro- ‘ondi e i limiti gravi di una strategia politica attuale della sinistra. Credo che dobbiamo stare ai fatti e non ai polve- roni generici che tendono, alla fine, ad avallare la tesi di chi vuole fare credere che nel nostro paese oggi vi sia un disegno eversivo che è opera di quei gruppi di giovani che hanno compiuto nelle manifestazioni atti di teppismo o vandalismi; atti certo da condannare, da evitare, ma che sono la conseguenza della divisione che si cerca di fare passare, tra gli operai, gli studenti, i disoccupati, gli stra- ti più emarginati, da parte del padronato e del potere de- ano e che sono anche la conseguenza di un vuoto di direzione politica della sinistra. Sarebbe infatti come dire c'è qualcuno che l’ha fatto in questo periodo che nel '19 e nel '20 il fascismo passò per intemperanze dei dimostranti, per lo sfascio di qualche vetrina o per- chè, come mi dicevano quando ero ragazzo, c'erano dimo- stranti che strappavano i gradi ad ufficiali reduci dalla guerra '15-'18. Queste sono spiegazioni «ad usum Delphi- ni» che autorevoli storici ed uomini politici, da Gramsci, Togliatti ed altri, ci hanno chiarito a fondo; questi sono fatti secondari e non primari: il fascismo fu opera di un disegno padronale, con il concorso dello Stato e altre co- responsabilità e altri elementi di provocazione vi furono nel vuoto della strategia della sinistra, ma sono aspetti secondari di un disegno padronale e reazionario che co- nosciamo molto bene. Innanzitutto, per stare ai fatti di Bologna, va detto che un giovane studente, Francesco Lorusso, militante di Lotta continua, è stato ucciso dalle forze dell'ordine; da alcuni delle forze dell'ordine, perchè io non accumuno tutte le forze dell'ordine; hanno sparato e si sa per certo che han- no sparato da distante e ad altezza d'uomo, colpendo sen- za uno stato di necessità, senza pericolo per di chi ha spa- rato. È la prima volta che questo succede a Bologna dalla

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atti cordoni per non farli entrare

olizia era stata chiamata all’Uni- rettore che ha sbagliato gravemen- munione e liberazione, dicendo che aderenti di Comunione li acri non si è vista asso- è parlato, in questi giorni, di provo- e liberazione. Io non voglio ripren- ato anche dai compagni socialisti,

gli studenti si sono radunati atto una barricata con tavoli uppamento avveniva con un silenzio e sgomento per la morte del com- la rabbia e l'esigenza di dare una a accaduto. Per essere capi- i, i compagni dicevano che una ri- subito, dalla città democratica, dal- dagli operai. Dicevano i compa- e masse vengano in piazza a fare con- dai partiti ‘democratici questo atto vano, è possibile saldare con ento degli studenti (che è uno strato e un'analisi precisa, perchè riato senza prospettiva, di fronte restringe la ba- inuisce l'occupazione). Solo così, dice- ollare la situazione politicamente, si oro che pensano a gesti di distruzione to. Ma questo non è avvenuto. Tale ri- i studenti che abbiamo a, sono stati la jati soli. trovato spazio nella disperazione la forse anche con provocatori in mezzo, nati a distruzioni, ad atti su cui oggi l’attenzione, come Se questi fatti, con- prio di questo at- rtato, un attacco gOVeI nativo e di erro- la sinistra. In più sabato mattina il se- cato quando nessun Stu- la manifestazione dei sindacati, e si so- in piazza. Certo la fatta la sera prima, perchè quando si cose si ritrovano sempre più dif- nche il sabato si

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doveva fare ogni sfor. î stiamo - = per cercare di fare questo. Ma oi riteniamo che l’uccisio Regioni DIRE one del compagno Loruss i parte di un a del Govern e proletàriato in ai azioa > idere î passio sto sono d'accordo anche S CE cai compagni socialisti -. Si cerca di “a I Sense = movimento degli studenti, ogg Do Eisaza si gno nel Mezzogiorno, a eso prole ne che si ribellano alla loro condi: DE ne Izza a Bologna sono state alnienate Sea aanesta posizione si tenta di Coimvolscioi Pie sn storica. Qual è il nodo ver "E su que { orre che rifl pat SERE e riflettiamo. Il nodo vero è che 1 ina np onesso storico e il quadro politi La goal dopo eoelao ha sottratto all'opposizione S insufficienze, che Sr ; o E con gravi pane, pi abi 9 criticato, il Parti © Teaser a in serie difficoltà ara e enizzione e qual era nel suo in sie acta "3 2 die imposto la logica dei sacrifici neo La Jac oli, I imposizione fiscale hora pe cliazion no che conosciamo bene f ace one iii 7 del ell’occupazione. Vuole dI ire SLI crripazio: role colpire le conquiste operaie Ran dobiicalla contrattazione articolata tO pe scorincn aio di Gui, vuole dimostrare di rare gncore le coE he con il 38%, ad avere tutto ii ot o CHEN fotti di questi giolni, l'ucci dn RT questi g i, l'uccisione dello studente Sasa ccdio, con momenti d'intervento e 2 contro Cascine tranquilli, NE sera) 301 M0EE ] , siano accez i RE esemplare di un preciso disegno; paci razione di

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sindacalizzazione delle forze dell'ordine. Non a caso il go- verno ha disposto nei giorni scorsi aumenti senza però parlare del sindacato e del riordinamento interno delle forze di polizia. La divisione degli strati sociali colpiti manda allo sbaraglio gruppi sempre più consistenti di giovani e mette in primo piano la risposta violenta e le teorie della lotta armata. Questi sono anche i vuoti che si lasciano come sinistra. Se questo disegno non viene fer- mato, noi pensiamo che un ben triste avvenire ci aspetta, in una società dove la violenza, prima di tutto quella del potere, sarà destinata ad aumentare a tutti i ivelli, se- tondo modelli della società americana, del consumismo americano, dei ghetti americani, ma anche secondo mo- delli sud-americani, per la subalternità del nostro paese e gli squilibri tragici che abbiamo, aprendo il varco alla sconfitta della sinistra e a prospettive autoritarie.

Questo, cari colleghi, a nostro parere, emerge d rammati- camente dai fatti che accadono in questi giorni nelle Uni- versità e nel paese. Non quindi la contrapposizione al mo- vimento degli studenti, ma solo una nuova unità tra clas- se operaia occupata e strati sociali privi di prospettiva ed emarginati come sono gli studenti, può portare il paese fuori dalla crisi, facendo pagare chi più ha, costruendo una società sui valori della giustizia sociale, dell’eguali- tarismo, della dignità umana, fuori da lo sfruttamento, dal consumismo e dallo spreco. Una società a costruire la quale partecipino le grandi masse popolari laiche e catto- liche, che è cosa ben diversa dal compromesso con la De- mocrazia cristiana, partito del potere padronale e dello spreco di Stato. Solo l'unità tra classe operaia, studenti e disoccupati può aprire una strada nuova, impedire in ta- le situazione la disperazione e fatti di violenza che vanno condannati ed isolati, ma che sono il frutto di un vuoto profondo di direzione e di strategia della sinitra storica. Ecco perchè noi non partecipiamo alla manifestazione, perchè noi riteniamo che occorra fare chiarezza, occorra lavorare per saldare questa unità tra le forze della sini- stra, il movimento operaio e il movimento degli studenti. Io credo che negli slogans che sentivamo in piazza sabato mattina vi sia la possibilità di trovare questa unità. Dice- vano gli operai del sindacato, agli studenti: «la lotta di classe si fa con gli operai». Ebbene, gli studenti risponde- vano: «con gli operai sì, ma contro la DC», perchè la lotta di classe bisogna farla contro il padronato e le forze che

lo rappresentano, se no finisce che la lotta avviene fra gli operai e gli studenti e altri strati sociali colpiti nell’inte- resse così della Democrazia cristiana e del padronato Su questo come sinistra occorre riflettere, prima che passi il disegno di provocazione dell'avversario di classe.

Sul bilancio 1977

Diamo, qui di seguito, un sunto delle motivazioni del voto di astensione del PDUP sul bilancio 1977, espresse dal consigliere Carlo Coniglio nel suo intervento. «La situazione della finanza locale e delle autonomie, nel quadro della crisi, appare di una gravità senza preceden- ti, per la mancanza di entrate, per il fatto che si delegano alle regioni nuove funzioni (es. ospedali, ONMI) senza le coperture finanziarie adeguate. L'attacco alle autonomie da parte del governo va di pari passo con la tendenza a scaricare sulle masse popo- lari il costo della crisi con il prelievo indiretto, l'aumento delle tariffe e l'attacco al potere dei lavoratori (scala mo- bile) e del sindacato. Le masse popolari non capiscono ta- le situazione (di appoggio del PSI e del PCI al monocolore DC che fa tale politica) mentre non riusciamo a cogliere dove stia il progetto in positivo del PCI; non di certo, cre- diamo, in una linea che mentre, ad esempio, riduce o blocca a livello locale spese sociali valide e aumenta le ta- riffe dei servizi, lascia poi il governo centrale alla DC che opera con la sua struttura clientelare e di potere (di sper- pero di risorse). È Il dato di tale contraddizione comincia a notarsi a livello di massa in un duplice modo, con la sempre più ferma vo- lontà di lotta e di alternativa, ma anche con scoramento, senso di delusione e rabbia, su cui occorre riflettere, per recuperare tutto ciò sul piano di obiettivi validi di uscita dalla crisi, con la giustizia del prelievo fiscale l'elimina- zione degli sprechi, il controllo popolare sull’uso delle ri- sorse a fini produttivi e occupazionali con una alternati- va sociale e di governo che le sinistre devono costruire partendo da un progetto complessivo da definire in tempi brevi (programma comune) spostando forze laiche inter- medie e aprendo una crisi dentro la DC. Non è infatti arretrando da scelte giuste (es. ser socia- li in Emilia-Romagna) che si assume come sinistra una funzione di governo, ma aprendo sui bisogni che a tali scelte hanno portato una lotta nazionale che oggi diventa immediatamente alternativa di governo e di potere, cre- dibile per le masse, che si assumono la crisi nella sua gra- vità, ma che vogliono avere e vedere modifiche reali. Sul preventivo ordinario 1977 che si riferisce prevalente- mente alle spese correnti e a stanziamenti su leggi in atto

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mi pare si possa dire che il contenimento per il funzion mento è stato drastico con punti di esagerazione in STR casi. Mentre non viene avanti un discorso sulla organi ; zazione degli uffici, con disagi dei dipendenti, non fu dio: a della regione, crisi della professionalità. al Sano ad una situazione preoccupante per gli istituti re- gionali (studi giuridici, pedagogia dell’apprendiment beni culturali, l'istituto Ramazzini per i problemi d Ia sanità), e per le attività culturali. Tu Gli istituti regionali non danno sino ad ora i risultati s rati, per cui gli stanziamenti sono ridotti al puro ap "a rpeocratico o poco più; il che per quello dei beni cale se cui crediamo, sa fatto grave in rapporto ad SSA ‘genti in tale settore, con possibile impiego di Mentre va ripensato tutto un intervento della regione per promuovere Iiiage di base, rispondere E genti nel campo della cultura, d i izion Per battere una disgregazione in atto Fn alni Altro che bloccare si ri i i saro che ra spesa culturale come diceva il demo- Così per quanto si riferisce sempre al bilancio «ordina rio» riteniamo che vada potenziato l'intervento a coste gno degli enti locali nel campo della gestione e cortuzio! ne degli asili-nido, della prevenzione attraverso i cons = E oenitari. Per gli asili-nido occorre la nuova legge SEO cala con una contribuzione maggiore a carico dei ri di lavoro rispetto a quella precedente, mentre, pur valutando aspetti relativi alla gestione, deve essere - pre prevalente il dato del servizio sociale e del ne litico, come struttura valida ai fini produttivi, a Tee la donna, ad occupare forze giovanili. Lo stesso per i co; sorzi socio-sanitari che devono favorire un controllo Si polare sulla gestione sanitaria con riferimento “e pericalla prevenzione, divenendo un filtro rispetto agli E edera dai consorzi, perchè , non a g i di sanitari, attraversi paoro Ragporto con ] università, andando a EPTERORTE ; incidendo sugli sprechi, sui privilegi, non con razio- Eoizzazioni che non toccano i nodi veri. La simazionee ESE: O 5 ue). lotta nazionale, coinvolgendo le SS oa

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ratori, si può andare a una situazione che rappresenti 3a passo avanti, (controllo sui farmaci, adeguamento A fondo ospedaliero, controllo dal basso dei consorzi sulla spedalizzazione ecc.). È ; ; Sui trasporti pubblici occorre un maggiore On a pubblicizzazione delle aziende, sull'acquisto x Do Sa andando ad una politica integrata che, attraverso a chiu sura dei centri storici, il potenziamento del ao extra-urbano, il prezzo politico, faciliti non solo la mo i- ità, ma sia tale da incidere sul deficit petrolifero crean- do le condizioni per una nuova produzione. 2a Sull’agricoltura occorre un bilancio al più presto di e cosa si è fatto, dalla zootecnia, il cui stanziamento cala

"77, alla forestazione. ; Si ae è, anche per i vincoli CEE, quello dell RR un discorso sulle terre incolte e la cooperazione, in tal e direzione prevale la logica selettiva LESS Che passa anche a livel ie nostra regione, con esodi e di- sgregazi di parti del territorio. , : BOriLIOrTI ion politici da sciogliere restano gli see senza tempi lunghi davanti. Per questo importante sarà il piano poliennale che verrà in discussione nei pi ca che, a nostro parere, dovrà dare un giudizio sug RO venti settoriali di questi arini, sulla crisi in regione, > i- nendo i programmi che, specie nei settori dell agrico tu: ra, artigianato, trasporti pubblici, casa, sanità, serv izi so ciali, dovranno avere un rilievo ed una organicità adegua- ta.

Certo, se il condizionamento della DC e del governo ui nueranno nei termini attuali, non ci facciamo molte illu-

sioni sulla validità e novità di tali scelte. "Re : Noi per parte nostra ci batteremo perchè SI A spondenti ai bisogni popolari, ad una uscita dalla È c

pace di incidere sui nodi di fondo, costruendo una aliene tiva sociale e politica di governo delle sinistre nel Paese.

(da Alternativa Socialista)

Sugli accordi di governo del luglio 1977 (seduta 13 luglio 1977)

CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, un brevissimo intervento in quanto sui problemi posti dalla «382», in connessione alla situazione politica generale e alla crisi della riforma dello Stato, abbiamo già più volte parlato in questa sede. Si tratta, nella sostanza, di intervenire nel merito del processo in atto a livello parlamentare e go- vernativo che vede le proposte della commissione inter- parlamentare largamente stravolte dalla proposta di de- creto del Governo che, a quanto si dice, ma data anche la lunghezza delle discussioni in quella sede gli elementi che trapelano sembrano essere veritieri, si dice che il te- sto è stato ampiamente stravolto, soprattutto in quei punti che tendono a salvaguardare un sistema di potere e clientelare del partito dominante, del partito che ha go- vernato e governa da solo il paese, cioè la democrazia cri- stiana. È la questione relativa agli enti inutili, ai proble- mi del credito, ai problemi posti da vari enti che, ad esempio, sono collegati a strumenti di potere che doveva- no addirittura essere smantellati ai tempi del primo centro-sinistra (mi riferisco alla Federconsorzi). Io credo che quindi qui appaia chiaro (del resto è stato già detto dal consigliere Bartolini), che, come socialista, dei rap- porti di collaborazione e di accordo con la democrazia cristiana se ne intende, siamo di fronte al solito gioco che ho più volte denunciato in quest’aula, che vede la demo- crazia cristiana mantenere una egemonia nei compro- messi, negli accordi che svolge con le forze di sinistra, ti- pi di accordo che vengono gestiti dal gruppo dirigente de- mocristiano sulla testa del paese contro gli interessi dei lavoratori e della collettività.

In questo senso credo che il nodo di fondo che mi porta a respingere il testo di mozione che ci viene sottoposto è proprio nel giudizio che si sull’accordo di governo e sul fatto che questo accordo, come dicono i compagni co- munisti, sarebbe in grado di portare il paese fuori dalla crisi economica e di portare a risultati positivi il proble- ma della riforma dello stato. Non ci pare assolutamente (i fatti parlano chiaro); l'accordo di governo viene attuato nelle parti, ad esempio, che rafforzano il potere autorita- rio di questo Stato (lo dimostra tutta la parte sull’ordine pubblico, sul fermo di P.S., sul peggioramento della legge

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Reale) e ho già detto qui che non a caso vi è questo poten- ziamento del sistema in senso autoritario, proprio perchè la democrazia cristiana e il padronato non hanno nessun interesse e non ce la fanno a portare il paese fuori dalla crisi, allargando la base produttiva e sviluppando l’occu- pazione, ma il disegno (e la crisi che sta venendo avanti, lo vedremo in autunno, ce lo renderà molto chiaro) il di- segno è quello della riduzione della base produttiva, è quello dell'attacco ulteriore ai livelli di occupazione nel nostro paese. In questo.senso, quindi, anche la sorte che sta avendo l'accordo è molto chiara: attuazione delle par- ti che vanno bene al blocco dominante, stravolgimento delle parti che dovrebbero giovare agli interessi dei lavo- ratori e degli strati meno abbienti. Il consigliere Bartolini ha già parlato della legge sull'equo canone; questa legge è tipica al riguardo: era già brutto il testo del governo che legava la rendita al 3% sulla base del valor dell'immobile e che avrebbe aumen- tato di parecchio per i lavoratori il costo dell'affitto, con incidenza sull'aumento della contingenza; la democrazia cristiana, votando con i fascisti in Parlamento, l’ha porta- to al 5%, è un livello altissimo e di speculazione che ag- grava profondamente le condizioni dei lavoratori; noi sappiamo già che l'accordo più o meno arriverà al 4% il solito gioco e lo stesso gioco si sta facendo sulla «382»). Si andrà a livelli di mediazione che, secondo noi, non ri- formano affatto lo Stato, non fanno decollare le Regioni a livello anche dello stesso dettato costituzionale, di cui viene data non una interpretazione evolutiva ma una in- terpretazione vecchia; in questo senso quindi anche l’ela- borato della comimissione Fanti non faceva dei grossi passi avanti nell’interpretazione evolutiva ed aggiornata dell'art. 117, come veniva posto, anche se non risolto del tutto, nell’elaborato della commissione Giannini. E del resto noi abbiamo già detto chiaramente che il vizio della «382» è un vizio di partenza, sta nella legge delega, nell'avere dato la possibilità al governo di definire questa legge e quindi di non portare avanti questo dibattito sulla riforma dello Stato facendo capire alle larghe masse i no- di veri che erano in discussione e gli scontri veri, perchè le larghe masse hanno appreso dello scontro sulla 382, condotto avanti in maniera verticistica, solamente negli ultimi giorni, dove anche gli organi di stampa si sono sve- gliati per informazione, spesso anche dicendo delle solen-

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ni castronate, perchè erano carenti di informazioni anche loro. Quindi c’è tutta una logica, a nostro parere, che ha inchiodato e sta inchiodando le forze della sinistra stori- ca in una edizione peggiorata del vecchio centro-sinistra; una edizione peggiorata che vede condurre una operazio- ne di questo genere in una situazione di crisi e quindi in una situazione profondamente deteriorata dal punto di vista economico, con rischi enormi per il paese, per i la- voratori dal punto di vista del’aumento del costo della vi- ta, dell'occupazione, degli stessi diritti di libertà sanciti nella Costituzione. In questo senso quindi non possiamo accettare l’imposta- zione in atto; per noi questo accordo è un accordo negati- vo; i fatti parlano chiaro: la democrazia cristiana stravol- ge questi accordi a proprio favore. Assistiamo in questo senso a palleggiamenti come quello che vi è stato questa mattina sulla vicenda della SAOM-OMSA dove addirittu- ra vediamo la democrazia cristiana ergersi a paladina de- gli interessi dei lavoratori e lamentarsi che da parte del partito comunista vengano stravolti gli accordi che si fanno con operazioni firianziarie non corrette; bene, noi crediamo che questo gioco delle parti, questa realtà che viene fuori sia il segno tipico di quanto oggi pesi in senso negativo un tipo di situazione politica qual'è quella se- gnata dagli accordi.

Noi riteniamo che la strada non debba essere quella dell'accordo, di un nuovo centro-sinistra peggiorato, ma debba essere quella di una alternativa democratica che le forze della sinistra, sulla base anche dei problemi che og- gi le masse vivono sulla propria pelle, devono costruire combattendo e sconfiggendo il sistema di potere della de- mocrazia cristiana. Perchè noi riteniamo che con l’accor- do non si aiutino neppure quelle forze che magari, all’in- terno della D.C., solo su una prospettiva di alternativa po- sta dalle forze di sinistra in modo chiaro e democratico possono liberarsi da quello che è un sistema di potere e possono recuperare un tipo di credibilità democratica. In questo senso quindi noi riteniamo che la vicenda della «382» finirà come la vicenda dell’equo canone: nessuna vera riforma democratica dello Stato, ...ma un compro- messo deteriore che salvaguarda nella sostanza il centra- lismo del potere democristiano e colpisce gli interessi delle autonomie. Del resto, sta a parlar chiaro in questo senso la vicenda anche del decreto Stammati dove la de-

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mocrazia cristiana sparò fortissimo, del quale si è riusci- to a modificare alcune parti che nella sostanza rinviano di un anno tutto il problema dei poteri e delle finanze de- gli enti locali, e quindi i compromessi nella sostanza sal- vaguardano il potere centrale e una manovra di entrata e di spesa pubblica che oggi viene gestita dallo Stato a li- vello centrale. Per assistere poi a vicende come quelle che accadono nella nostra Regione dove addirittura, si mena come un fiore all'occhiello il fatto che, ad esempio, nei bilanci di previsione del 1977 del comune di Bologna l'aumento delle entrate si dice sia stato del 19,7% e si me- na come fiore all'occhiello il fatto che solo il 9% è stato dato dallo Stato, il 10,7% sarebbe aumento delle tariffe recuperato dal comune, e noi sappiamo come, gravando sulle spalle dei lavoratori, cioè delle masse popolari, co- me se oggi a livello di servizi sociali si dovesse andare ad una logica di costi e ricavi e i fondi per gli enti locali e le autonomie dovessero essere reperiti soprattutto attra- verso la manovra tariffaria. Questo, è quanto, secondo noi, di deteriore sta venendo avanti nel nostro paese, che è legato a una strategia poli- tica che per noi è destinata a un'fallimento di cui eviden- temente non godiamo, perchè noi vorremmo far fallire questa strategia facendo andare avanti una strategia ca- pace di risolvere veramente i problemi del paese e della collettività. Ma questa strategia è destinata a fallire pro- prio per l'impostazione che lascia ancora al centro del nostro sistema economico, sociale, e istituzionale la de- mocrazia cristiana. E pensare allora di risolvere con essa i problemi della crisi, i problemi della riforma democra- tica dello Stato, è quanto di più grave vi possa essere. Per questo noi non voteremo l'ordine del giorno, perchè abbiamo come ho cercato sia pur brevemente, di espri- mere rilievi di fondo e strategici rispetto alla linea che qui la maggioranza tiene, (il partito comunista con con- vinzione, il partito socialista riottoso, come ha dimostra- to anche il consigliere Bartolini) ma nella sostanza tragi- camente subalterno a questa posizione.

Convegno sui problemi della repressione e della democrazia - Settembre 1977

CONIGLIO: Signor presidente, colleghi, ritenevo ieri e ri- tengo tuttora che non si può scindere alcuna parte della relazione del presidente Cavina in quanto c'è uno stretto nesso tra tutti i punti che sono stati trattati nella relazio- ne, cioè dal giudizio che si sul Caso Kappler alla 382, al problema della crisi economica e sociale e alle propo- ste per uscirne fino al giudizio sul convegno del 23, 24 e 25/9 a Bologna. Capisco il voler separare l’ultimo punto, come voleva fare ieri Gualtieri, per considerarlo solo un problema di ordine pubblico, ma io credo che si tratti di capire che chi vuole fare questo, cioè chi vuole isolare il convegno da tutti i problemi che stanno di fronte a noi cerca in definitiva di consolidare e lavora per accentuare la divisione tra i giovani, gli studenti, certo emarginati, sbandati e in piccole frange seguaci di teorie che noi com- battiamo perchè in questo momento fanno il gioco della destra e della reazione, dicevo che vuole accentuare que- sta divisione fra i giovani e la classe operaia. I primi, in- fatti, oggi sono molto più colpiti dalla crisi e dalle pro- spettive che vengono avanzate dal sistema e dal governo ma che vede anche i secondi colpiti da questo attacco che viene portato sul piano economico e sociale e su quello dell’ordine pubblico. Del resto la «Voce Repubblicana» parla chiaro: leggevo ieri che in sostanza si dice questo «teniamoli divisi, impediamo a priori il dialogo tra i gio- vani e la classe operaia, il governo intervenga anche pre- ventivamente al limite contro costoro, perchè c'è il ri- schio che si dia il da questo convegno all'«autunno so- ciale», e questo certamente per Gualtieri, per La Malfa e per altri ancora più a destra di lui non può assolutamente avvenire, per non disturbare il governo nell'attacco che continua a portare all'occupazione, per mettere ancora in primo piano il costo del lavoro nonostante dalla nostra CEE sia venuto il dato preciso che è il penultimo in Euro- pa e per mantenere anche PCI e PSI nell'attuale quadro di subalternità al governo monocolore Andreotti.

Credo che il caso di Kappler sia un emblema della situa- zione attuale. Secondo noi è un’offesa alla coscienza anti- fascista del popolo italiano e soprattutto alle vittime del- le barbarie nazifascista. Secondo noi, Kappler, lo si è la- sciato fuggire con responsabilità precise dentro allo

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Stato. Non mi interessa che tutti i ministri e lo stesso pre- sidente del Consiglio ne fossero al corrente; dentro allo Stato ci sono forze che hanno operato perchè Kappler fuggisse. E oggi il dato ancora più grave è che nessuno vuole pagare. Quindi nel nuovo quadro politico possiamo assistere anche a questa nefandezza e ci dispiace che il presidente nella sua relazione non abbia neppure accen- nato alla richiesta di dimissioni del ministro Lattanzio in quanto ministro responsabile del settore.

Io credo che questo di Kappler sia l’ultimo dei colpi pe- santi dati dalle forze che reggono il governo e, quindi, dalla Democrazia cristiana agli alleati di governo. Si può aggiungere all’affossamento della legge sull'aborto, al voto sull’equo canone, tutte cose che sono avvenute con la collaborazione dei voti del Movimento sociale, per an- dare avanti nelle vicende dell’EGAM, dei grossi gruppi di Stato o a partecipazione statale, che continuano lo spreco e lo sperpero delle risorse e che aggravano la condizione della nostra economia. Io credo che questi siano tutti aspetti decisivi sui quali non si può sorvolare, perchè far finta che non accada niente significa portare la situazio- ne ad un livello sempre più grave. E, quindi, se c'è una si- tuazione economica che vede il rallentamento dell’infla- zione, e neanche di molto, tutto questo però va detto avviene a spese gravissime dell'occupazione che continua a vedere l'aumento dei disoccupati, la riduzione della ba- se produttiva, lo spostamento di grossi gruppi con inve- stimenti all’estero e tutto questo avviene nel quadro delle compatibilità poste dal fondo monetario e dalla subalter- nità che ancora si vuole riservare al nostro paese a livello internazionale, cioè nella divisione capitalistica interna- zionale.

Quindi, secondo noi, è in atto una politica di attacco gra- ve all'occupazione ed ai consumi delle masse popolari mentre assistiamo, ad esempio, alla riprivatizzazione di settori pubblici, alla mancanza di piani settoriali nei set- tori di fondo, per cui quella che viene avanti è proprio una linea senza prospettive per un riequilibrio dei grossi aspetti gravi che esistono nel nostro paese e per la solu- zione dei gravi problemi sociali. Abbiamo un blocco della spesa pubblica che riduce i servizi, porta all'aumento del- le tariffe che sono più che triplicate mentre, per esempio, il discorso della politica fiscale, del reperimento demo- cratico di nuove risorse non viene avanti. Abbiamo avuto

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un attacco su tutti i vari terreni, ma su questo problema del reperimento di nuove risorse, da coloro che più pos- sono non si è spostato nulla e noi ci troviamo di fronte ad una situazione che non può non essere vista da forze re- sponsabili, e ci riferiamo in questo momento a forze che sono state responsabili secondo noi del nostro paese an- che con grosse contraddizioni alle forze di sinistra, in particolare al Partito comunista, ci riferiamo al grosso problema della disoccupazione giovanile e, quindi, a quello che si può innescare se non si una risposta a problemi posti a questo livello mentre vediamo a livello regionale che gli industriali che affermavano esistere sei- mila posti qualche mese fa, oggi tirano la mano indietro e, quindi, la politica e il ricatto che viene fatto nei con- fronti di questo grosso problema è quello di avere assi- stenza, di avere fondi dallo Stato, di avere la possibilità di assumere individualmente ad libitum da parte delle aziende e di poter licenziare quando se ne presenta l’oc- casione.

To credo allora che su queste questioni occorra riflettere, perchè non possiamo vedere la situazione con ottimismo sul piano economico, che sarebbe poi l'ottimismo che va a favore della politica di chi vuol ristrutturare e guada- gnarci sopra senza affrontare i problemi sociali e i pro- blemi occupazionali e non vedere anche la gravità dei problemi sociali che abbiamo di fronte. Ieri, per esempio, parlavo del problema della casa, dell’equo canone, di che cosa succede se passa questa legge sull’equo canone, si- gnifica migliaia di persone sfrattate oltre che un grosso regalo alla rendita; per cui mettiamo assieme disoccupa- zione, sfratto, riduzione dei servizi, aumento delle tariffe che addirittura a Milano, e poi tra poco arriveremo anche qui, si arriverà a portare le tariffe degli autobus a più di duecento lire, e ci rendiamo conto che non saranno sola- mente colpiti i giovani, gli strati marginali ma si darà un grosso colpo alla maggioranza delle masse popolari. Ec- co perchè noi oggi sosteniamo che è possibile un'unità fra i giovani, gli studenti e le masse popolari per imposta- re una politica alternativa contro le scelte che stanno ve- nendo avanti.

Per quanto riguarda anche la 382 noi non pensiamò che si possa cantare vittoria su questo piano. Secondo noi non è passato un discorso di riforma democratica dello Stato e non si può certamente definire una svolta storica. Secon-

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do noi non c'è stato e non c’è nel trasferimento delle fun- zioni e dei poteri alle Regioni un riordino dell'apparato centrale e non si può dire, come dice il presidente, che ne esce un potere centrale che coordina a livello di governo. Mi sembra che questo non possa assolutamente essere detto. Non solo sono stati mantenuti centri di potere su cui si regge la Democrazia cristiana (dagli enti di assi- stenza alla cassa per la piccola proprietà contadina e ad altri enti) ma mi pare anche che ci troviamo di fronte a pericoli e a rischi gravissimi, cioè al fatto, per esempio, che non c'è stato questo contemporaneo riordino a livello centrale, che è aperto il problema gravissimo che rischia poi di rimbalzare, come è rimbalzato in parte, per la fi- nanza locale a livello degli enti locali con il problema del- le finanze e dei mezzi e del personale, per potere affronta- re i problemi che vengono posti da questa 382 con la drammaticità che tutti noi possiamo evidentemente im- maginare. Ebbene io credo allora, per non fare un lunghissimo di- scorso, che è in questo quadro di crisi, di non prospettiva di soluzione dei problemi, ma anzi di aggravamento delle condizioni delle masse popolari, dei giovani e degli strati emarginati in primo luogo, che si spiega il perchè, al pri- mo posto dell’accordo di governo il problema dell’or- dine pubblico, con la reintroduzione del fermo di polizia, con il problema di un aumento della repressione a tutti i livelli; perchè noi abbiamo detto già anche in altra sede che non essendoci prospettive di soluzione a livello eco- nomico e sociale il potere, cioè il Governo, lo Stato dovrà reprimere ed emarginare prima i più deboli, che sono og- gi i giovani e gli strati sociali non protetti, ma poi anche gli altri, gli operai e anche gli operai occupati. E non è un caso che oggi noi vediamo grosse situazioni aziendali in crisi e non è un caso, per esempio, che vediamo lotte an- che operaie che criticano la politica del Sindacato che si muove in questo quadro e vediamo appunto il Sindacato investito da grosse polemiche (basta pensare ai ferrovie- ri, basta pensare ad alcuni settori, per esempio, a Napoli che addirittura hanno occupato anche la sede della stes- sa FLM che è stata un Sindacato avanzato e consapevole in questi anni nel nostro paese). Quindi noi vediamo chia- ramente le difficoltà anche del Sindacato, a muoversi in questo quadro politico che attacca nella sostanza le mas- se popolari, i giovani e i lavoratori. È allora in questo

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uadro che, secondo noi, bisogna anche vedere il conve- no del 23, 24 e 25, convegno promosso dal Movimento legli studenti, da quel movimento di cui faceva parte lo studente Lo Russo, ucciso dalle forze di polizia nel mar- zo, movimento che allora non trovò nessuno in piazza ad attenderlo quando iniziò la protesta e che reagì in alcune sue frange con espressioni di protesta violenta e che da allora però è stato criminalizzato nella sua totalità, verso il quale si è teso un cordone sanitario con incarcerazione di suoi esponenti per reati di opinione e con gente in car- cere (permettetemi, perchè alcuni li conosco anch'io, so- no dipendenti comunali, eccetera), che io non riesco asso- lutamente a spiegarmi perchè stiano in carcere. Poi non condividiamo diverse delle cose dette nell'analisi fatta dagli intellettuali francesi sull'Italia e su Bologna.

In rapporto anche ad altre realtà nazionali e sul fatto che in tali analisi si considera già concluso un processo di nuovo autoritarismo in Italia come frutto della politica del compromesso storico. E non crediamo neppure quin- di che il problema oggi possa porsi solo in termini di dis- senso nel nostro paese, magari solo per gli intellettuali e per i giovani, oppure, tesi ancora più aberrante e che va combattuta, essendo già questo autoritarismo consolida- to non esiste altro che la lotta armata contro lo Stato, tes aberrante che oggi fa il favore ai gruppi più reazionari e danneggia un'alternativa possibile di operai e di strati colpiti dalla crisi proprio per il carattere della crisi e dell’attacco che viene portato non solo ai giovani ma an- che alla classe operaia e anche a ceti intermedi. Però è ve- ro, secondo noi, pur rifiutando queste tesi, che c'è un mu- tamento nel carattere della democrazia, nel carattere del- lo Stato che tende verso nuovi livelli autoritari. Questo è dimostrato non solo dalle leggi sull'ordine pubblico, cioè da quel fermo di polizia che ad esempio il PCI ha ac- cettato nell’accordo'di governo mentre nell'altro governo Andreotti aveva rifiutato, ma lo vediamo proprio nella tendenza a non porre i problemi in termini di corretta dialettica democratica e con un aumento di compenetra: zione sugli accordi, per esempio, che vengono raggiunti a livello di forze politiche, appunto di compenetrazione tra tali accordi e i livelli della società civile, gli stessi livelli di rappresentanza delle masse popolari e delle classi la- voratrici.

Noi notiamo questa tendenza di mutamento nel carattere

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della democrazia e dello Stato. Ecco quindi perchè biso- gna discutere e creare le condizioni per battere questo di- segno e recuperare spazi di lotta per riproporre nel no- stro paese un nuovo disegno alternativo democratico con prospettive di trasformazione vera della nostra società che risolvano i problemi che oggi non si risolvono ma si aggravano, che appunto non c'è in tale quadro politico. Poi riteniamo, ad esempio, che l'improvviso passaggio del PCI dall’opposizione all'area di governo e l’unificazio- ne del quadro politico che ne è conseguita intorno ai temi della difesa oltranzista dello Stato e delle istituzioni, mentre ha avuto l’effetto di riaggregare il fronte borghe- se e di rinsaldare l'egemonia ha operato accentuando gli effetti della crisi economica come fattore di divisione all’interno del fronte anticapitalistico, cioè tra proleta- riato, sottoproletariato, tra classe operaia forte e classe operaia debole, tra occupati e disoccupati, tra movimen- to operaio e nuovi soggetti antagonisti tra nord e sud. Ed è proprio nell’abbandono senza rappresentanza di un’area crescente di proletariato marginalizzato e di nuo- vi soggetti sociali portatori di nuovi bisogni insoddisfatti, che trovano alimento fenomeni di ribellismo disperato, di violenza politica e comune, di terrorismo. L'aumento della criminalità e del terrorismo registrato quest'anno e denunciato dal Partito comunista con mora- lismo, va imputato, secondo noi, al quadro politico che si è creato, cioè all'abbandono improvviso che vi è stato, da parte del PCI, della sua collocazione e della sua funzione di opposizione. Io credo che su queste cose bisogna riflet- tere e ritengo che, proprio perchè esistono questi proble- mi, vi siano le valide ragioni perchè questo convegno ven- ga fatto, e soprattutto, per discutere, per rompere la divi- sione che si è costruita tra giovani, studenti e movimento operaio e per rilanciare una lotta di massa contro queste tendenze repressive che non può essere una lotta solo in termini di dissenso ma una lotta di alternativa sociale, economica e politica. Per questo noi, i nostri compagni che sono nel movimen- to degli studenti, ci batteremo perchè in questo convegno si discutano a fondo questi temi, proprio per andare a un chiarimento con chi crede che opposizione nel nostro paese significhi organizzare solo questa seconda società, cioè gli strati emarginati e i giovani contro la prima, di- menticando il ruolo centrale della classe operaia nel no-

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stro paese e soprattutto per noi sarà un momento di chia-

SEE decisivo rispetto agli autonomi. Il convegno di

po ogna per noi vuol dire anche la sconfitta della linea egli autonomi dentro al movimento.

TURCI: Potrebbe essere la sconfitta della linea del PDUP.

CONIGLIO: Sarebbe però grave se fosse sconfitta la linea nostra, perchè sarebbe una sconfitta di tutti, sarebbe il far prevalere la tesi di chi vuole lo scontro tra lo Stato, il Governo, la classe operaia e questi strati e sarebbe una sconfitta per il paese e per la democrazia.

Quindi noi vogliamo andare proprio ad un chiarimento politico, assumendoci le responsabilità, perchè vi siano condizioni precise di confronto, che evidentemente è compito del movimento che organizza il convegno mante- nere, ma è anche compito della città e delle forze politi che cercare di assicurare impedendo provocazioni che non sono solo provocazioni di chi sostiene che oggi in Ita- lia non ci sarebbe altra strada che la lotta armata, ma so- no anche le provocazioni che possono venire dall'interno del lo Stato. Quindi quando, presidente Cavina, si prende posizione contro la violenza non bisogna dimenticare che la violenza c'è stata e a Bologna, nei giorni di marzo, la violenza grave è venuta da parte di esponenti di forze del ordine (io non dico da tutte perchè quello fu un silu- ro lanciato anche contro la democratizzazione del sinda- cato di polizia e vediamo oggi come vanno avanti le SLC In questo settore, come ci è testimoniato anche da ade- renti stessi alle forze dell'ordine che si battono per la de- mocratizzazione delle forze dell'ordine stesso); la violen- za venne da lì, venne proprio dall’uccisione di un giovane dall'uso delle armi da parte della polizia. Credo quindi, che queste cose bisogna chiarirle e vederle nella loro di. mensione e nella loro complessità. Per cui credo che sia stato giusto da parte del comune concedere gli spazi che sono stati richiesti, avere risposto positivamente alle ri- chieste logistiche e uno sforzo deve essere fatto, a nostro parere, per quanto riguarda i servizi alimentari conside- rando le condizioni economiche e sociali di questi giovani e le possibilità di trasporto. Non crediamo che lerichie ste fatte dal movimento fossero prevaricanti e sopraffat- trici; avevano chiesto tutta ùns serie di spazi, era una trattativa, avevano individuato gii spazi e sono stati con

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cessi quelli che potevano essere dati e mi pare che la ri- sposta che per ora sembra venire sia una risposta di ac- cettazione che tende a impostare il convegno sulla strada del dibattito e del confronto. Quindi noi siamo perchè questo confronto si apra e se si perderà all’interno di questo confronto noi riteniamo che perderà la democrazia, prevarrà la logica dello scontro come vorrebbero da una parte e dall'altra, come ho detto in precedenza. Ecco perchè credo che per assicurare que- sto dibattito e questo confronto sia opportuno anche una maggiore dialettica delle forze politiche e anche delle istituzioni. Non capisco perchè, ad esempio, si voglia con- tinuare nel mantenere questo fronte unito delle istituzio- ni, delle forze politiche delegando tutto al Prefetto rap- presentante del Governo. Credo che anche il concetto dell’articolazione della nostra Costituzione preveda una dialettica democratica tra le varie istanze dello Stato e tra le varie forze politiche per cui ogni forza, ogni istitu- zione faccia la propria parte perchè io credo che ognuna sia rappresentante di istanze e di interessi diversi. In questo senso, quindi, credo che sia negativo e nocivo pre- sentare di fronte ai giovani, soprattutto a coloro che vo- gliono aprire un dibattito e un confronto con la classe operaia e con la città, un quadro monolitico che, pratica- mente, tenderebbe (a marzo si contrappose monolitica- mente) a contrapporsi in maniera monolitica a coloro che rappresentano e organizzano questa possibilità di con- fronto e di dibattito, e credo che non aiuti le stesse forze che all’interno del movimento vogliono che il dibattito si avvii su una strada giusta, democratica e di confronto. Ecco quindi qual è la nostra posizione. In questo senso io non mi sento di aderire, proprio perchè ne considero l’inu- tilità, a un ordine del giorno che venisse proposto in cui si presentasse unitariamente questa posizione di tutte le for- ze politiche, di tutte le istituzioni nei confronti di questo movimento; io credo che si debba salvaguardare una dia- lettica e anche si debba andare ad un giudizio preciso su questo convegno, sui temi che propone, su cosa ne pensano le forze politiche, cosa che non c'è in un ordine del giorno asettico che richiama semplicemente il rispetto delle rego- le democratiche, rispetto che a nostro parere deve valere non solo per i giovani del movimento ma anche per quelle forze che da marzo a venire avanti anche in altre occasioni dall'interno dello Stato hanno provocato il movimento. Seduta del 16 Settembre 1977

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Dicembre 1977 Riflessioni su bologna che cambia

I bilanci locali nel quadro dell’attacco governativo alle masse popolari

Vengono presentati in questi giorni in consiglio comuna- le e nei quartieri e pubblicati sulle pagine locali dei gior- nali, i bilanci preventivi delle aziende municipalizzate del comune di Bologna.

I dati che ne risultano sono rappresentativi di un muta- mento di fondo in corso nell’amministrazione comunale bolognese (e nelle altre emiliane) dal dopo 20 Giugno 1976 e, con più accentuazione, dal momento dell'accordo a sei del Luglio di quest'anno.

La linea che va avanti è quella del pesante arretramento sul terreno dei servizi sociali, con una tendenza alla logi- ca del costi-ricavi nelle aziende municipalizzate.

Ciò significa il peggioramento del servizio, il blocco delle assunzioni, con la non effettuazione dello stesso tourno- ver, l'aumento delle tariffe (dal gas, alla nettezza urbana, ai trasporti ec

Si riflette nei freddi dati dei bilanci di tali aziende anche il mutamento della qualità della vita nella città: è in au- mento la disoccupazione giovanile e intellettuale, che pri- ma trovava sbocco in certi settori, finiscono esperienze avanzate nel campo dei servizi sociali (asili, consorzi socio-sanitari), con un attacco alla condizione della don- na, cresce la frammentazione individuale con il ritorno a logiche di chiusura familiare e la diminuzione di momen- ti associativi tipici della realtà bolognese.

Qualche giorno fa la pagina bolognese dell'Unità presen- tava il bilancio dell'azienda trasporti vantando la riduzio- ne di 11 miliardi nel deficit per il '78. Nei sottotitoli si elencava il dato del blocco delle assunzioni e del tourno- ver, la «razionalizzazione del servizio» con diminuzione dello stesso la sera e la notte, con l'aumento avvenuto del- le tariffe e la fine delle fasce orarie gratuite.

Già da alcuni mesi compagni e cittadini che si servivano del mezzo pubblico parlavano del peggioramento del ser- vizio (fermate più distanti, attese più lunghe, grosse diffi-

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coltà ad utilizzarlo alla sera) con riflessi sul modo di vita della gente. Proprio giorni fa accanto al bilancio dell'azienda traspor- ti municipali, apparivano i dati sull'aumento del 10% del- le vendite delle auto private in Italia, sul notevole aumen- to delle vendite dei televisori in bianco e nero e a colori. È venuto spontaneo collegare tali dati e verificare come la politica attuale dell'ente locale bolognese, capovolgen- linee passate, contribuisca alle scelte di < espansione vecchio e fallimentare modello di sviluppo, incidendo modo di vivere attraverso il recupero di un nuovo in- ridualismo e di chiusure nella logica familiare. i sera non si esce se non si ha l’auto privata, meglio sta- in casa, in famiglia con un buon televisore! altro esempio è quello dell'azienda municipalizzata gas; è di quesi giorni l'aumento di 40 lire al mc del gas-metano richiesto dalla SNAM-ENI e accettato dalle aziende erogatrici. i la SNAM ha prodotto i conti relativi al costo di pro- uzione del gas-metano; il presidente dell'’ENI Girotti an- ni fa si rifiutò di darli al ministro che li richiedeva. Ma a tale livello nessuna battaglia si fa da parte della nistra storica, si scarica l'aumento sull'utente, mentre come azienda municipalizzata, vi sarà un ulteriore au- mento per pareggiare i conti. In alcune zone il consumo del gas-metano è diminuito per gli aumenti intervenuti. In un centro Peep si sceglie il gasolio per il riscaldamen- o: in quanto più conveniente, anche se più inquinante. A chi solleva il problema di quanto può accadere i re- sponsabili dell'azienda rispondono che tanto prima o poi anche il petrolio aumenterà nel pr Le infrastrutture sociali e civili, vere ua esterne per lo sviluppo della realtà bolognese, vengono progres vamente colpite con riflessi sull'occupazione, il caro-vita, la vita associativa e culturale. L'unico errore di quando si impostò quella linea (e lo de- nunciammo) fu quello di non battersi a fondo, come sini- stra, perchè agli enti locali fossero dati i mezzi necessari, scegliendo invece di espandere il disavanzo (con carico enorme di interessi passivi). Ma dopo il 20 Giugno ed oggi, la linea da seguire non è certo quella di fare marcia ca su tali servizi, accet- tando l’attacco che il governo porta,, sul terreno della

spesa pubblica, alle entrate degli enti locali, con lo spre- co di spesa pubblica che continua in settori economici dello Stato o, fiscalizzando gli oneri sociali, fuori da ogni logica di riconversione fondata sulle produzioni necessa- rie al paese e sulla occupazione.

La lotta per avere i mezzi finanziari, per far pagare servi- zi di base principalmente con la imposizione diretta e la lotta alle evasioni, oggi viene abbandonata dalla sinistra storica; la logica dei sacrifici sulle masse, senza contro- partite di alcuna natura, va avanti e rivela una carenza di strategia e di programma di una gravità incredibile.

Sull’assassinio dell'on. Moro e sulla situazione dell'ordine pubblico in Italia e nella regione (18/5/1978)

CONIGLIO: Signor presidente e colleghi consiglieri, non credo di dovere fare un lungo discorso sulla comunica- zione del presidente Turci; credo solo di potermi limitare ad alcune valutazioni, tenendo presente che sulle questio- ni che sono oggetto oggi di dibattito abbiamo già avuto modo di esprimere le nostre posizioni politiche. Io credo che non si possa non prendere atto, soprattutto dopo i ri- sultati elettorali che vi sono stati, della gravità della si- tuazione esistente nel paese e di quale sia, in definitiva, il disegno del terrorismo. Io credo che il disegno che oggi le Brigate rosse stanno portando avanti sia un disegno che tende a spostare a destra l’asse politico nel paese e aiuta la costruzione di un blocco d'ordine; un blocco d'ordine che sposta anche il modo di pensare, il senso comune del- le masse popolari, con il risultato di arrecare prima di tutto un pesante attacco alle masse popolari, alla classe operaia, a quelle forze che vogliono condurre una lotta al- ternativa democratica contro questa società e questo si- stema capitalistico, che è incapace di dare lavoro, di dare giustizia sociale ed una vita decente, in speciale modo al- le giovani generazioni.

Le Brigate rosse con i loro attentati rafforzano le tenden- ze autoritarie dentro lo Stato; tendenze autoritarie che noi vediamo esplicarsi non solo nel tipo di legislazione che comincia ad andare avanti; legislazione, noi sottoli- neiamo, grave, perchè non serve a colpire i terroristi, ma serve, e lo abbiamo visto anche in questi giorni, nei giorni della vicenda dell'attentato di via Fani e del rapimento dell'onorevole Moro, a indirizzarsi verso il settore dell'opposizione sociale all'attuale quadro politico e a si- nistra; basta pensare quanti arresti sono stati fatti, poi ri- lasciati, mentre invece in direzione del terrorismo non si è tirato ancora fuori un ragno dal buco.

L'assassinio di Moro va detto, questo è il quadro che emerge nella situazione attuale ha contribuito anche alla grande avanzata elettorale della Demcrazia cristiana e questa strategia di terrorismo, di assassinio, sta ridan- do enorme spazio al padronato e a quelle forze che voglio- no ristrutturare il sistema con i sacrifici dei lavoratori, dei giovani, delle donne, attaccando il costo del lavoro, i

servizi sociali, per continuare ad usare la spesa pubblica a fini di profitto. Noi riteniamo, quindi, che queste cose vadano sottolineate. Lo dicemmo ai tempi di piazza Fon- tana a chi giovava una certa strategia del terrore. Non possiamo assolutamente non porci il problema - oggi quando vediamo, poi, come si è svolta tutta la vicenda dell’onorevole Moro. Abbiamo visto come i messaggi e le lettere venissero scambiati quotidianamente nel centro della capitale. Il cadavere dell'onorevole Moro lasciato in pieno centro di Roma, senza che si riuscisse a scoprire al- cunchè. Quindi un'efficienza da parte di queste Brigate rosse che lo ripetiamo, lo dicemmo il giorno dell’atten- tato di via Fani se possono evidentemente vedere forze come quelle che sono nella gabbia di Torino non si limita- no, a nostro parere, a quelle sole forze. Chi tira le fila le tira a livelli di efficienza, di organizzazione, di collega- menti interni e internazionali molto più vasti.

Del resto, anche quello che sta venendo fuori al processo di Torino nella deposizione di questo frate Girotto, che parla di collegamenti e di ramificazioni delle Brigare ros- se con gli affari riservati del Ministero degli Interni, di- mostra appunto che il disegno è molto più generale, è un disegno estremamente pericoloso, certamente facilitato dal fatto che a livello politico non c'è più un punto di rife- rimento di una certe forza, come c’era in passato, ed era costituito dal Partito comunista per l’area di opposizione sociale, ma è aumentata la crisi a livello economico e so- ciale, specialmente nelle aree marginali e nelle aree gio- vanili e, viceversa, abbiamo una situazione di Governo appoggiata dalle forze storiche della sinistra, un Governo che non affronta e non risolve i problemi gravi della crisi che vive il paese, ma in cui, si il caso, abbiamo spesso forze come il Partito comunista che difendono questo si- stema e questo Stato più della stessa Democrazia cristia- na, abbiamo episodi, che evidentemente si riflettono an- che nel dibattito operaio, di dirigenti confederali che spesso hanno anticipato i desideri del padronato, prima addirittura delle stesse dichiarazioni confindustriali. Ecco, quindi, che noi riteniamo che a questa situazione difficile, in cui avanza questa strategia del terrorismo, non si opponga una risposta politica adeguata. Noi rite- niamo, anzi, che la strategia dell'appoggio e della condivi- sione da parte della sinistra storica, soprattutto del Par- tito comunista, di questa politica governativa che ri-

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sposte sbagliate sul terreno dell'ordine pubblico, accen- tuando l'intervento repressivo dello Stato, ma che elude completamente gli interventi sociali in direzione dell’oc- cupazione, in direzione della soluzione dei gravi squilibri del nostro paese, questo sia un modo per non affrontare alle radici quei problemi che pure il terrorismo ci pone di fronte, perchè noi crediamo che prima di tutto bisogna sapere dare delle risposte a livello economico e sociale per affrontare alle radici quelle che sono strategie terro- ristiche, sia pseudo-politiche, sia di criminalità anche co-

mune. Quindi noi sia da sottolinea

crediamo che la prima carenza di fondo u questo terreno.

Noi inoltre non riteniamo che da parte del Governo e del-

la maggioranza ci di fronte anche a gate rosse, sulla v niera molto più e

si sia mossi come ci si doveva muovere, la provocazione terroristica delle Bri- icenda dell'onorevole Moro. Noi, in ma- splicita dei compagni socialisti, ci sia-

mo dichiarati per la trattativa che non significa assoluta- mente riconoscere come interlocutori le Brigate rosse, si gnifica partire da una condizione di stato di necessità, previsto anche dal diritto penale e a livello giuridico, del- la situazione che investiva appunto l'onorevole Moro, e quindi, anche soprattutto per andare in certo qual modo a cercare di snidare chi è che si nasconde veramente, fino in fondo, dietro queste Brigate rosse, non fare il muro chiuso sin dall'inizio, ma poter anche vedere su quale ter- reno una certa trattativa era possibile, proprio per la condizione di stato di necessità, per il fatto che lo Stato è interprete delle esigenze della comunità e dei suoi diritti, e soprattutto il diritto della vita umana.

Quindi noi ritenevamo e riteniamo che tentativi andasse- ro fatti, non per accettare il patto iugulatorio proposto dalle Brigate rosse dello scambio dei tredici con uno, ma una trattativa che potesse porsi su un terreno che poteva essere riconosciuto dalla grande maggioranza della po- polazione come un tentativo fatto su un terreno umanita- rio e su un terreno che rispettava anche alcune condizio- ni giuridiche poste proprio dalla situazione che si era creata con la cattura e l'imprigionamento dell'onorevole Moro. Noi riteniamo che non avere fatto questo sia stato un errore; l’essersi chiusi dentro la difesa della ragione di Stato, in cui abbiamo visto certe forze porre addirittu- ra lo Stato come fine, mentre, secondo noi, lo Stato deve essere sempre uno strumento al servizio della comunità.

E noi ci meravigliamo perchè non ci pare nemmeno ri- spondente a una concezione cristiana il tipo di Stato e di discorso di Stato che è venuto fuori, mentre lo ricono- sciamo più tipico di altre concezioni, che pure sono con- cezioni distorte, appartenenti a un’area cosiddetta laica o anche a un'area delle stesse forze che pure derivano dal marxismo. o

Ebbene, noi riteniamo che in questo caso si sia sbagliato, noi siamo convinti che il tentativo di liberare un ostaggio di fronte a una situazione di stato di necessità andasse fatto. Per esempio, liberare uno di questi carcerati, che non si fosse però macchiato in maniera palese di un delit- to o di un assassinio, noi ritenevamo che potesse essere una proposta da farsi, anche se è nostra opinione che il disegno delle Brigate rosse e di chi ci sta dietro è tale che probabilmente questo non avrebbe sortito nessun risul- tato, perchè siamo convinti che il processo che si vuole introdurre e innescare, passando anche attraverso l’as- sassinio dell'onorevole Moro, e anche proprio dell’onore- vole Moro, per quello che poteva rappresentare anche nella prospettiva di sviluppo politico del nostro paese, probabilmente dicevo questo non sarebbe servito, ma noi avremmo visto un ruolo diverso, un tentativo di- verso, una figura diversa dello Stato e delle forze che ope- rano a livello di Governo. Non solamente, per la salva- guardia di una vita umana, fare tutto il possibile su un terreno di razionalità e nelle condizioni poste anche a li- vello giuridico e politico, ma anche per le conseguenze politiche, perchè noi riteniamo che l'assassinio dell’ono- revole Moro si instauri proprio in un tentativo che si ac- centua, di imprimere un indirizzo autoritario verso an- che legislazioni speciali nel nostro paese. Questo non è stato fatto e noi riteniamo che sia stato un errore. Oggi questa strategia delle Brigate rosse, che passa anchè at- traverso questo assassinio, che passa attraverso questo stillicidio continuo di attentati, si sposa molto bene con i fautori di una svolta autoritaria nel paese; si sposa molto bene con i fautori di una svolta che, non avendo proposte e soluzioni da dare sul terreno economico e sociale ai la- voratori e ai giovani, punta a un rafforzamento in senso autoritario, cioè di politica repressiva dell'ordine pubbli- co a livello dello Stato. E quando si parla qui, da alcune parti di non presenza e di non funzionamento dei servizi segreti, di inefficienza della polizia, di settori della Ma-

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gistratura,-dobbiamo dire innanzitutto che i servizi segreti in passato hanno dimostrato connivenze con il terrorismo e con la strategia di stampo fascista, e molti esponenti li abbiamo poi visti finire nelle file del Movimento sociale italiano. Quando da parte di certe forze vedi stamattina Fiorini si parla dei servizi segreti, eccetera, bisogna rispondere che questi servizi segreti c'erano, funzionavano e funziona- vano in connivenza con il terrorismo di destra. Questi sono fatti che conosciamo e sappiamo molto bene. Del resto noi non pensiamo ad un ruolo anche positivo e democratico dei corpi cosiddetti separati dello Stato se non si va in di- rezione di una loro effettiva democratizzazione. Mentre oggi la tendenza è contraria: è la tendenza a negare il sin- dacato di polizia ai poliziotti; è la tendenza, appunto, a non collegare processi di trasformazione democratica in que- sti settori a un disegno di trasformazione più generale che deve essere condotto avanti con la partecipazione delle masse popolari e difendendo le conquiste che sono state il patrimonio delle lotte di questi ultimi sette, otto anni, che sono conquiste vere e che se oggi non si sono tradotte, non si sono tradotte proprio perchè a livello politico non si è saputo dare risposta alla domanda che veniva dalle lotte operaie e studentesche, alla domanda di una scolarità che richiedeva anche una trasformazione del sistema produtti- vo. Una domanda di uguaglianza, una domanda di non de- lega, una domanda di partecipazione alla vita pubblica, al- le scelte sugli investimenti pubblici; una domanda che rompesse coi corporativismi, con le baronie, con la spesa pubblica indirizzata a fini di profitto e non indirizzata per la soluzione dei problemi collettivi. Questa è la domanda che viene dagli anni '68/70 delle lotte operaie e studente- sche. Se non si capisce questo, se si ritiene oggi di confon- dere quella stagione, che è stata una grande stagione de- mocratica di contestazione, perchè c'era la necessità di contestare un sistema che imputridiva, con fatti di violen- za o con il 27 o il 7 0 1’8 garantito, non si capisce allora tut- to quello che è stato il portato di quella stagione. E oggi questo non viene inteso, a nostro parere, dalle forze stori- che della sinistra: si sposano concetti che sono di nuovo quelli della centralità dell'impresa, della centralità dell'iniziativa privata, della libertà da darsi agli imprendi- tori, della spesa pubblica indirizzata a fini produttivi e quindi data soprattutto agli imprenditori.

Cioè quando noi notiamo l'abbandono di certe n che sono le categorie su cui si è mossa, pur tra contraddi- zioni, la sinistra nel nostro paese e si va verso la difesa di questo Stato e di questo sistema, che pure non riesce a dare risposte sul terreno economico e sociale nell inte- resse collettivo, noi riteniamo che ci si ponga su una sia da pericolosissima, una strada che del resto anche gli ul timi risultati elettorali cominciano, a nostro parere, a mettere con forza di fronte agli occhi di tutti. >

Quindi io non credo che si debba aggiungere molto altro. Noi riteniamo e speriamo che anche il risultato elettora e possa portare a una riflessione nell’ambito della e possa portare a una riflessione soprattutto nel ambito del Partito comunista italiano. Noi riteniamo che questa linea sia perdente; è una linea che non risolve i problemi economici e sociali del paese, ma che aggrava gli squili; bri, aggrava la disgregazione e rende possibile anche, DO di prima, una strategia del terrorismo. Una strategia e terrorismo che può portarci, anche entro breve tempo, a proposte e a svolte molto pesanti e difficili nel Dosoe paese. Noi riteniamo che si debba ricolmare con forza questo distacco che vi è tra le esigenze degli operai, dei lavoratori, dei giovani e delle donne ed una PISA, za politica più consistente, che se non può CIRERGOrSI al i- vello di governo senza essere subalterna, e profond lamen- te subalterna (perchè oggi è il dato che ne esce e Sita portando le espressioni dirigenti di questo partito, il PO) j ad essere più realista del re, a dimostrare e a fare capire quasi che c'è un monocolore di governo PCI appoggiato dalla Democrazia cristiana e non viceversa) se non si He, sce ad esprimersi, a livello di governo, con una Sia c n non permette la soluzione di questi problemi e c eno e mantenere la propria centralità e il proprio regime di po- tere, come la Democrazia cristiana, noi riteniamo, pro- prio per la salvaguardia democratica nel ROSORNE, anche se costituisce la smentita di una linea politica, c ne sia molto più positivo un ruolo di alternativa, di opposi- zione, che l’intera sinistra deve sapere esprimere da un collegamento con le masse popolari, saldando der ope- raia e nuovi strati sociali emergenti, i giovani ele eno oggi in una COOONE di particolare subalternità e di

rticolare difficoltà. È ; rocco che su queste cose bisogna aprire un dibat-

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tito, perchè anche i fatti che sono sotto i nostri occhi tutti i giorni, oltre che il risultato elettorale, dimostrano que- sto, cioè dimostrano la vera natura della Democrazia cri- stiana e l'impossibilità, con questa forza, di portare avan- ti una politica di trasformazione sociale nel nostro paese secondo quelle che sono le necessità ed i bisogni delle masse popolari. Allora, per salvaguardare la democrazia, invece di una posizione subalterna, che porterebbe ulte- riori guai nel blocco sociale anticapitalistico, noi ritenia- mo che sia più utile, proprio per il paese, al di di quello che oggi dice il Partito comunista, ritrovare una strada di opposizione, una strada di alternativa, una strada che ri- parta su nuove strategie anche, perchè c’è bisogno di una revisione. Cioè oggi bisogna porsi il problema, nell’Euro- pa occidentale e in Italia, di cosa significa costruire un'alternativa ad un partito e ad un sistema che evidente- mente ha fatto acqua e che continua ancora ad accentua- re gli squilibri storici nel nostro paese. Cosa significa, per esempio, sapere costruire un'alternativa che sia più credibile da parte delle masse popolari, che non compri- ma, intanto, quei diritti di libertà e quei livelli di parteci- pazione che si sono conquistati anche all’interno di que- sti sistemi e che ne presuppongono appunto un supera- mento in avanti.

Come movimento operaio, quindi, cercare anche di usci- re da quelle che sono situazioni perdenti di subalternità ad una Democrazia cristiana sia nella versione della col- laborazione socialdemocratica, che è stata tipica del Par- tito socialista italiano, ma anche in quella del compro- messo storico attuale, che non incide sul piano struttura- le e rischia anche di chiudere spazi democratici a livello di massa. Su questo noi siamo già intervenuti: noi non ac- cettiamo la concezione (che fra l’altro, poi, è favorevole alla Democrazia cristiana e al mantenimento dell’attuale assetto di potere) dello Stato, di rapporto tra istituzioni, movimento, società civile, che viene portato avanti, ad esempio oggi, dal Partito comunista. Noi riteniamo che non bisogna comprimere la dialettica democratica, che non bisogna creare nuovi livelli istituzionali superando, per esempio, gli attuali, come avviene, ad esempio, con questo continuo richiamo ai Comitati per l'ordine demo- cratico, questa continua creazione di nuovi livelli, che non sono i livelli delle istituzioni elettive.

Non bisogna comprimere l’apporto che la società civile

può continuamente portare, nella propria autonomia, nella dialettica che deve esprimersi anche a livello delle Istituzioni e delle articolazioni dello Stato, tra le Regioni, gli Enti locali e gli stessi livelli centrali di governo.

Noi riteniamo che questi siano momenti che vanno sotto- lineati, perchè la strategia del compromesso storico non solo si rivela subalterna, non'incide sul piano strutturale, ma chiude anche spazi democratici a livello di massa. E noi su questo riteniamo, quando parliamo anche di ap- piattimento, che i compagni comunisti debbano riflettere prattutto sui rapporti tra partito, istituzioni, società ci- ile, tra partito e sindacato, tra livelli delle autonomie lo- i e livelli di governo.

Per quanto ci riguarda, riteniamo, come forza di sinistra, di portare un contributo a questa lo!ta per ritrovare un ruolo della sinistra che sia capace «i: costruire un’alter- nativa democratica al sistema e alia Democrazia cristia- na nel nostro paese. Non riteniamo che la strada di coali- zione intrapresa, la strada di quesio accordo di governo sia produttiva: riteniamo che non solo accentui rischi ul- teriori per la strategia terroristica, ima che rischi di ag- gravare ancora di più i problemi economici e sociali del nostro paese

Per quanto riguarda alcune questioni che sollevava il presidente Turci sul problema di come dare una risposta al terrorismo anche a livello di base, noi riteniamo che ogni forza, ogni istituzione, ogni organizzazione debba fa- re la propria parte; noi riteniamo innanzitutto che la pri ma cosa da farsi è fare. Si chiedeva Turci che cosa fare? La prima cosa da fare è fare e non stare fermi; è svolgere il proprio ruolo e cercare di dare risposte sui terreni che ci competono e che riguardano prima di tutto la soluzio- ne dei gravi problemi sociali, economici, culturali che og- gi stanno di fronte al paese, alle masse popolari e in parti- colare modo alle giovani generazioni. Noi non possiamo evidentemente, senza intervenire e dare risposte su que- sti terreni, pensare di fermare un’area di disgregazione che può essere e che è in un certo qual modo, anche ma- novalanza per il terrorismo, solamente a livello preventi- vo sul terreno dell'ordine pubblico, oppure a livello re pressivo. Sono convinto che la prima risposta da darsi sia quella sul terreno sociale ed economico e quindi di un ruolo delle istituzioni che non stiano nell’immobilismo, che seguano la vecchia logica oppure che si contrap-

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pongano come muro nei confronti soprattutto delle gio- vani generazioni, ma siano capaci intanto di cominciare a dare risposte a livello dei bisogni e delle necessità che queste forze sociali hanno. Secondo: in questo momento, più che andare a inventare forme di solidarietà e di unità nella risposta al terrorismo, che certe volte perseguono, come terroristi o fiancheggiatori, anche coloro che dis- sentono dall'attuale politica e quindi vogliono condurre avanti un dibattito e una dialettica democratica, io credo che sia opportuno garantire lo sviluppo di questa dialetti- ca democratica; garantire quindi che il sindacato faccia la sua parte, che i lavoratori e i consigli di fabbrica fac ciano la loro parte, che le istituzioni e i partiti facciano loro parte. Noi riteniamo che proprio in questi momenti difficili il massimo di dialettica democratica, e non compressione di essa, sia la maggiore garanzia che i te roristi non trovano spazio, non trovano solidarietà e non trovano fiancheggiatori. Questa noi crediamo sia la risposta che deve essere date così come riteniamo che non occorrano leggi speciali non occora un’accentuazione in senso repressivo del Stato, se non si hanno evidentemente altre mire ed altri fini. Bastano le leggi che ci sono già; basta una volontà politica che purtroppo noi non vediamo, perchè la stessa vicenda dell'onorevole Moro, le cose che stanno accade do e le dichiarazioni anche che vengono rese sulle compli cità e sull’omertà ci dimostrano che oggi è all’interno an- che di questo Stato che bisogna sradicare certe conniven- ze, bisogna sradicare anche certe omertà che hanno favo- rito e favoriscono la strategia del terrorismo.

A Viareggio, la 382 un anno dopo

Il Convegno dell'ANCI di Viareggio dell’1, 2, 3 Ottobre ha preso in esame, fra i suoi temi principali, l'argomento del bilancio (un anno dopo) della legge 382 e del d.p.r. 616, ol- tre alla questione dei progetti di legge per la riforma del- la finanza locale e del sistema delle autonomie.

Le considerazioni con cui un anno fa accogliemmo criti- camente l'emanazione del decreto 616, attuativo della 382, appaiono più che mai valide oggi, in occasione di un primo bilancio, quando le cosiddette riforme del 616 ap- paiono sempre più chiaramente ispirate alla logica gatto- pardesca del mutare qualcosa affinchè nulla cambi. Siamo di fronte ad una restaurazione neo-centralistica, tipica di una società a capitalismo maturo e fatiscente, giustificata a sinistra con concezioni di insano centrali. smo democratico.

Era del resto, come avevamo sempre detto, assurdo pen- sare che con il decreto attuativo della 382, con un decreto delegato si potesse «riformare lo Stato», mentre è certo che l’unico processo realmente democratico che si può innescare passa attraverso la messa in discussione del carattere «separato» delle istituzioni, attraverso la criti- ca radicale alle varie forme di statalismo e di autoritari- smo, con la crescita dela democrazia diretta e del con- trollo popolare, in altre parole con la formulazione da parte del movimento operaio di uma genuina linea antica- pitalistica, che deve passare anche per le autonomie ed i poteri locali aprendo spazi democratici alla iniziativa di massa.

Solo vizi idealistici e giustificazionistici potevano far considerare come decisivi passi in avanti le conclusioni cui si era giunti con il 616; e a distanza di un anno un bi- lancio in proposito conferma le nostre precedenti posi- zioni, Infatti:

nulla o ben poco è mutato nei rapporti fra Regioni, Mi- nistero dell'Agricoltura e Ministero degli Esteri per l’at- tuazione delle Direttive e dei regolamenti CEE, malgrado il pieno ed assoluto trasferimento alle regioni delle rela- tive funzioni nelle materie di competenza regionale (art. 6).

le funzioni attribuite direttamente ai comuni in tema di polizia amministrativa (art. 19) hanno creato alla prova

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dei fatti soltanto un grosso ingolfamento delle ammini- strazioni comunali, soprattutto delle più piccole, sprovvi- ste come esse sono di adeguati finanziamenti, sottoposte alle pesantissime ingerenze del Ministero dell'Interno e dei Prefetti (previste da quella norma), e che si trovano così ridotte ad essere sostanzialmente organi periferici ed esecutivi di quel Ministero;

le nuove funzioni in materia di assistenza sociale (artt. 22 e 23), non si sono ancora viste, specie per quanto con- cerne i compiti specificamente indicati dell'assistenza post-penitenziaria e para-penitenziaria e degli interventi per i minorenni. La territorializzazione intercomunale dei servizi assistenziali e sanitari dell’art. 25 è stata, in quasi tutte le Regioni, pressochè completamente inesi- sténte: si è proceduto con i vecchi strumenti consorziali ideati dal movimento autonomista all’inizio degli anni '70 e su quella falsa-riga, si sono evitate le innovazioni che il 616 rende possibile; il trasferimento ai Comuni delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza rappresenta un esempio em- blematico del cosiddetto «slittamento» del 616. Le Regio- ni interessate, i Comuni, e le IPAB stesse hanno eluso l’at- tività di necessaria predisposizione di questo passaggio, mentre la Commissione ministeriale per la determinazio- ne delle IPAB con caratteristiche educativo-religiose da escludere dal trasferimento, ha mostrato una capacità di inattività insieme a una attitudine al baratto degne del miglior sottogoverno; 7 le funzioni regionali e comunali in materia di diritto al lo studio stanno continuando sostanzialmente come pri- ma, malgrado il potenziamento reso possibile dal 616, mentre si avvicina poco avvertita la data dell'1/11/1979 che vede il trasferimento alle Regioni delle Opere Univer- sitarie, mentre i Patronati scolastici sono passati ai Co- muni ma senza la loro sostanziale soppressione e con il gattopardesco mantenimento in vita delle precedenti strutture. Mentre come cornice alla situazione studen- tesca e giovanile e come risposta alla pienezza delle fun- zioni regionali in tema di formazione professionale la legge 285 del 1977 sull'occupazione giovanile sta fornen- do risultati che per i giovani stessi sono a dir poco fru- stranti, nel contesto di una politica industriale nazionale che privilegia i consumi privati e scoraggia gli investi- menti.

Si ricordi, poi, che nessuna facoltà di intervento è conces- sa alle Regioni in tema di industria, e che la legge 675 del 1977. sulla riconversione industriale peggiora, anzichè migliorare, questa situazione; addirittura umoristica è la vicenda applicativa del 616 a proposito del personale statale da trasferire alle Regio- ni: per esso infatti, che doveva essere messo a disposizio- ne entro il 31.12.1977, il passaggio effettivo è stato pres- sochè inesistente; ; irrisorio, e la considerazione è determinante, è il com- plesso dei trasferimenti finanziari alle Regioni già previ sti dal 616, paragonandolo alla mole dei compiti che veni- vano trasferiti sulla carta; deludente è, poi, la vicenda dei 62 enti pubblici inutili da radiografare e sopprimere; la Commissione ministe- riale preposta all'esperimento radiologico è in stato avanzato dei suoi lavori, ma attraverso un piuttosto vol- gare baratto, che ha come obiettivo il salvataggio di enti e carrozzoni inutili (l’ENAOLI, spende assai più di quanto bbe necessario per varare l’urgente legge sull’edito- ria; vedremo cosa succederà dell’ENPI e dell’ENAL, ecc.). Le condizioni dell’inapplicazione delle pur scarse rifor- me del 616 vanno, come si vede, ripartite fra Stato centra- e e Regioni, in misura quasi equa, comunque senza con- trapposizioni poichè la vera corresponsabilità è fra le forze politiche del cosiddetto arco costituzionale, che a Roma come negli enti locali sono pronte ad affossare le proprie stesse riforme pur di trovare convergenze como- de alla DC. La assurda insufficienza di finanziamenti statali delle funzioni comunali previste dal 616, la mancanza di tra- sferimento ai Comuni medesimi di personale statale per ‘esercizio di tali attribuzioni hanno determinato la piena reviviscenza degli organi dello Stato centrale; o (come nei casi della gestione comunale dei servizi di assistenza so- ciale, di diritto allo studio, dei compiti comunali in tema di commercio, delle attribuzioni comunali in materia di turismo, artigianato, agricoltura, urbanistica, edilizia re- sidenziale) hanno determinato una situazione di sempre maggior scollamento fra i Comuni, abituati purtroppo a non essere o ad essere scarsamente delegati dalle Regio- ni, e le Regioni medesime, abituate purtroppo a non dele- gare e a confondere l'autonomia con l’abbondono. Tutto questo induce a rilevare la estrema difficoltà di

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e 2

raddrizzare le gambe ai compiti che il 616 ha affidato ai Comuni, i quali vengono a trovarsi con lo Stammati-bis dell’inizio di quest'anno nel vicolo cieco del divieto di ini- ziative autonome, ciò che è logicamente dipendente da un sistema di finanza locale derivata. Si bloccano, con lo Stammati-bis, le assunzioni a livello del 1976, si fissano condizionamenti rigidi, mentre ci si guarda dall’affronta- re con decisione il motivo dello spreco presente nella pubblica amministrazione centrale e negli enti pubblici inutili; la mancanza della legge di riforma della finanza locale priva i Comuni di entrate certe costringendoli a di- pendere dalla redistribuzione del governo, e l'aumento della spesa corrente comunale è a meno della metà del li- vello di inflazione.

Non si risolvono così i nodi di fondo, non si va alle cause vere della crisi comunale odierna, si continua ad evitare una legge che assicuri entrate certe, autonome e dirette ai Comuni, coinvolgendo seriamente gli enti locali terri- toriali nella lotta alle evasioni fiscali, tutto ciò col prete- sto di un’urgenza che si ripropone ogni anno a dicembre. D'altra parte ben sappiamo che su tale terreno non può essere un Governo democristiano a attuare questo, men- tre occorre una lotta di massa consapevole, un ruolo nuo- vo svolto anche dalle autonomie e dai livelli elettivi loca- li.

Quale impegno di Dp nelle istituzioni elettive?

(dal Quotidiano dei Lavoratori di Giovedì 21 Settembre 1978)

Appare sempre più urgente e necessario impostare, come partito, un lavoro politico a livello delle sezioni e delle fe- derazioni sui problemi delle istituzioni elettive (Comuni, Regioni, Stato), con forme di coordinamento nazionale che potranno uscire dalla riunione di sabato 23 e domeni- ca 24 a Roma.

L'importanza di un intervento nelle istituzioni

È un'esigenza che molti compagni sentono, non solo chi ricopre cariche pubbliche, ma anche tutti coloro che nel movimento e sul territorio hanno oggi, in modo pressan- te, il problema di avere punti precisi, di fronte all'attacco capitalista, sul ruolo che tali istituzioni svolgono in ter- mini di poteri, di entrata e spesa pubblica, sulle scelte che fanno o non fanno sul terreno dell'occupazione, dei servizi sociali ecc. 7

Gli obiettivi del padronato oggi sono chiari agli occhi di tutti; attaccare il costo del lavoro e il potere operaio in fabbrica, avere a disposizione ampie quote di spesa pub- blica (es. fiscaliz ione oneri sociali), sottratta in parti- colare agli enti locali nei settori sociali, nel settore previ- denziale (attacco alle pensioni) e della salute (ultimo es. il ticket). Il quadro politico delle maggioranze a cinque sce prevalentemente per condizionare, attraverso il sin- cato, i lavoratori nelle lotte per i contratti e per un ade- guamento, nelle istituzioni elettive (Stato, Regioni, Co- muni), alle compatibilità poste, sul terreno della spesa pubblica, dal governo e dal Fondo Monetario Internazio- nale.

Quadro politico e accordi locali La tendenza ad armonizzare, in forme varie, il quadro po-

litico locale a quello nazionale (ad es. con la politica delle larghe intese) ha accentuato il verticismo e lo svuotamen-

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to delle assemblee elettive ridotte in molti casi a casse di risonanza degli accordi lungamente mediate tra i partiti

della maggioranza di governo. Non solo viene colpita la parte

cipazione ed ogni controllo

popolare dal basso, ma si cerca di ridurre ogni spazio

persino a chi è presente ne dell'accordo a cinque, come è regione con la costruzione di

le istituzioni, ma è fuori accaduto ad es. in qualche comitati di coordinamento

per la spesa pubblica composti solo di rappresentanti dei

partiti di maggioranza nazion La teoria «dell'autonomia del

ale. politico», degli accordi rea-

lizzati nelle istituzioni e poi trasferiti nella società civile,

agendo sulle organizzazioni di smissione

massa come cinghia di tra-

i tali linee, ha fatto che ogni discorso di de-

centramento si stia risolvendo in pura ricerca del consen- so al quadro politico, ai suoi contenuti, con un processo

di «democrazia autoritaria» c

he, in diversi casi, giunge a

criminalizzare chi si pone fuori dal quadro e porta avanti

proposte alternative e iniziat settori delle lotte sociali.

Su questo terreno si incontra indubbio che la Dc e La Malfa zare il ruolo che il Pci oggi sv

ive di movimento nei vari

no diversi centralismi ed è facciano di tutto per utiliz- olge di controllore del con-

flitto sociale sia a livello operaio e di fabbrica, sia dentro lo Stato sul terreno della spesa pubblica. Il piano Pandol- fi è oggi l’espressione più chiara dei disegni del padrona- to e della Dc con il suo attacco aperto al salario, con i ta-

gli previsti alla spesa sociale al ruolo delle Regioni e delle a

(pensioni, salute, servizi) e utonomie locali che devono

sempre più subordinarsi al disegno centralistico e fun-

zionale alla ristrutturazione c di contropartite capaci di sv

apitalistica, senza garanzie iluppare occupazione e af-

frontare squilibri e nodi di fondo del paese (si pensi alla

realtà dei cosiddetti piani di

settore). In questo quadro

occorre cogliere quale ruolo oggi lo Stato e le istituzioni elettive svolgono per capire, come partito, i disegni

dell'avversario, le contraddizi

oni che avanzano nelle scel-

te sulla finanza pubblica in rapporto ai bisogni di massa.

E ciò è necessario farlo unita

riamente come partito, con

compagni che operano nel movimento e nelle istituzioni, per raccordare un'azione che sia valida sul terreno dei contenuti alternativi e delle forme di lotta (non esiste il problema dei rivoluzionari nel movimento e i riformisti nelle istituzioni; senza una valida unità non si è niente).

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Nella fase attuale, ad esempio, le autonomie (Regioni e Comuni) vivono una crisi profonda che le rende sempre più elementi del meccanismo capitalistico, nelle scelte che fanno, nelle logiche di produttività che attuano, nei rapporti che, per le scelte centralistiche, sono costretti ad avere con il sistema creditizio.

Legge Preti e finanze comunali

Il grosso colpo il centralismo lo fece, quando si faceva passare nel Paese la grande vittoria autonomistica dell’attuazione delle Regioni, con la legge tributaria Pre- ti, che toglieva ogni autonomia impositiva ai Comuni in campo fiscale e riduceva tutta la finanza locale a finanza derivata (lo Stato incassa e versa ai Comuni, sempre in ri- tardo).

Gli enti locali compressi tra la pochezza delle entrate, i compiti crescenti, e lo strozzinaggio del sistema crediti- zio unitamente a forme di governo in moltissimi casi ana- loghi a quello nazionale, hanno accumulato deficit enor- mi che Stammati e il Governo oggi cercano di ammortiz- zare nella linea dei sacrifici, col blocco delle assunzioni e della spesa corrente, di spese di investimento, con la in- troduzione della logica costi-ricavi nei setvizi pubblici, con l'aumento delle tariffe e il peggioramento dei servizi sociali, lasciando ancora libero campo alle banche e sen- za interventi concreti dal lato delle entrate (lotta alle eva- sioni fiscali ecc.).

Nei servizi gas e acqua, trasporti ecc... si tende ad una lo- gica costi-ricavi e una forte dipendenza dal settore priva- to, mentre nei servizi sociali il ruolo del «pubblico» all’in- terno del quale deve svilupparsi il confronto pluralistico, si va riducendo e si assiste a spartizioni di contributi a «tutte le componenti sociali» cioè a strutture private di vario genere, industriale, democristiano, religioso, sinda- cale, (es. nello sport tempo libero, assistenza, consultori, educazione e infanzia, formazione professionale).

Il fallimento della legge 382

La riforma della legge 382 sul trasferimento di poteri e di funzioni alle Regioni e agli enti locali si sta rivelando un

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fallimento in questo quadro politico di scelte di potere e finanziarie a livello di Stato e di enti locali. In realtà oggi appare chiaro come era mistificante parlare della legge 382 e dei suoi decreti attuativi (616) come di leggi che sov- vertivano il rapporto delle masse con le istituzioni o «che colpivano a fondo il vecchio stato» (Unità).

Oggi, dopo un anno, nulla o ben poco è mutato per quanto attiene i rapporti Stato e Regioni in una serie di settori (agricoltura, polizia amministrativa, sanità ecc.) 0 nei rapporti Stato Regioni e Comuni dove questi ultimi espli- cano nuove funzioni (polizia amministrativa, assistenza sociale, diritto allo studio, case popolari) senza avere i mezzi finanziari, cosa non decisa tutt'oggi neppure per le Regioni, del resto largamente piene di residui passivi, per incapacità proprie ad operare e per responsabilità anche centrali (vedi ritardo legge contabilità dello Stato ecc.), costrette ad esempio a coprire la spesa ospedaliera senza i mezzi necessari, facendo con ciò da parafulmine alle responsabilità governative.

Nel chiuso delle commissioni ministeriali per lo sciogli- mento di enti di cui alla 382, è in atto una manovra demo- cristiana, non contrastata per far sopravvivere enti inuti- li che sprecano mezzi finanziari (vedi Enaoli) e per far re- stare in mano religiosa enti di assistenza (Ipab) che do- vrebbero essere trasferiti ai Comuni entro il gennaio 1979.

Tutto ciò avviene nella logica del verticismo e in assenza di un confronto di massa e democratico su tutte queste realtà che comprendono, a volte, grossi patrimoni in campo urbano e agrario.

Quale tipo di ente intermedio?

La logica centralistica è avvalorata anche dal fatto che non si è data sistemazione, contemporaneamente alla leg- ge 382, alla riforma della finanza locale e al problema del cosiddetto ente intermedio (di fronte al non senso delle attuali Province). Oggi in molte Regioni, insieme alle Pro- vince, sono presenti i comprensori quali enti intermedi con compiti prevalentemente di programmazione ed elet- ti in maniera indiretta. (Secondo grado).

I ritardi nella sistemazione legislativa di tale problema

unitamente agli accordi di vertice dei cinque partiti han-:

no fatto di questi enti delle strutture non funzionanti, tec- nocratiche nel migliore dei casi, svuotate di ogni parteci- pazione non solo dal basso, ma anche di forze re

tate in istituzioni locali comunali. Diversi parti

verno hanno presentato progetti che oggi sono in discus- sione sull’ente intermedio da collocare tra Regioni e Co- muni.

Senza elencarli tutti mi pare che noi dovremmo sostene- re la tesi di un unico ente intermedio tra regioni e comu- ni, eletto direttamente dalla popolazione e non con nomi- ne di secondo grado, che abbia compiti di programmazio- ne e di coordinamento nei settori quali l'agricoltura, la sanità, attività produttive, ecc., lasciando la gestione di- retta ai comuni o loro consorzi. Deve essere compito nostro di ampliare al massimo gli spazi di intervento e di controllo dal basso delle masse popolari, sostenendo le forme di elezione diretta ai vari livelli delle istituzioni, dai quartieri ai comprensori, lot- tando per ribaltare le logiche centralistiche del capitale, della collaborazione interclassista, che fa delle strutture decentrate organi di ricerca del consenso agli accordi di vertice. Le ultime elezioni, i referendum, hanno dimo- strato che vi è nel paese una reazione al modo in cui si «fa politica» e alle scelte istituzionali dei partiti dell'accordo a cinque; deve essere soprattutto nostra la responsabilità di impedire che tale reazione scivoli sul terreno a volte del qualunquismo o del democraticismo generico.

E ciò è possibile fare unendo la lotta operaia e la costru- zione del nuovo blocco sociale anticapitalistico con la lot- ta nelle istituzioni contro i contenuti funzionali al padro- nato, contro la chiusura degli spazi democratici, per l'ampliamento del controllo di massa sulle scelte, perchè non passino le logiche del piano Pandolfi riuscendo ad in- cidere nelle contraddizioni della sinistra storica e dello avversario di classe.

Difficoltà di intervento e proposte di lavoro

In questo senso per il movimento e per Dp che è oggi for- za di opposizione di sinistra, le difficoltà sono maggiori rispetto a qualche anno fa. Oggi il centralismo e la nor- malizzazione delle strutture di base istituzionali e non, (si pensi ai Consigli di Zona) si sviluppano con l'impegno,

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in prima persona, del Pci, che pur tenuto fuori dal gover- no nazionale ha, dai livelli governatii locali e con le lar- ghe intese, operato con forza per adeguare tali livelli alle compatibilità governative e del Fondo Monetario. ; In tali difficoltà senza livelli adeguati di movimento e di otta operaia anche sul territorio, in presenza di fenome- ni di emarginazione di strati proletari che spesso scelgo- no forme di risposta e di lotta frammentaria e non unifi- cante, il nostro ruolo deve tendere innanzitutto, partendo dai bisogni delle masse, a demistificare a tutti i livelli ‘operazione politica in atto oggi sul piano dell'attacco antioperaio e sul ruolo delle istituzioni e della spesa pub- blica. : ;

La ristrutturazione capitalistica oggi colpisce a fondo an- che i lavoratori occupati, i pensionati, chiede pesanti sa- crifici per rilanciare la rendita edilizia, introduce costi gravi sul terreno della salute, dei servizi sociali, aprendo largo spazio alle iniziative private. Ebbene come Dp dob- iamo caratterizzarci a livello di fabbrica, nel territorio, nelle istituzioni con proposte precise, perchè tali disegni non passino, perchè venga impedita la terziarizzazione delle grandi città, perchè i servizi sociali siano pubblici ed erogati a prezzo politico, perchè i consumi pubblici di- vengano asse di un nuovo sviluppo economico, perchè nei contratti si riprendano ad esempio i temi della salute con una attenzione al ruolo primario di strutture pubbliche nel territorio (consorzi sanitari) rispetto alle strutture ospedaliere. > CA Sull'equo canone, sui trasporti pubblici ecc., è possibile oggi aprire lotte di massa significative con un impegno unitario di tutto il partito che dovrà saper articolare la propria iniziativa a tutti i livelli, rapportando le forme di lotta da adottare alla costruzione del blocco sociale anti- capitalistico capace di mettere in crisi i disegni dell’av- versario di classe. Sono temi, questi, che riguardano le istituzioni e le lotte operaie e sociali in modo unitario e si è partito se si è in grado di costruire una risposta globale.

Intervento sul piano PANDOLFI e i piani di settore (seduta del 26 settembre 1978)

CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, i piani di setto- re, dopo la presentazione del piano Pandolfi, possono og- gi ricevere un primo giudizio politico più preciso, essen- © ora inquadrati nel complesso dell'operazione politica economica del Governo che è racchiusa, a nostro parere, con molta chiarezza, nel progetto Pandolfi e mi pare che uno degli emendamenti che ci ha fatto trovare la Giunta oggi sul tavolo parli proprio del piano triennale Pandolfi come della cornice nella quale devono collocarsi i piani i settore.

piano Pandolfi, quindi, che viene ad essere il punto di iferimento primario, è la conferma di quel giudizio che ‘a parte nostra abbiamo sempre dato sulla politica eco- omica di questo Governo e sui suoi obiettivi. Giudizio he oggi è patrimonio di larga parte del movimento dei lavoratori, di alcuni dei sindacati più avanzati (basta pas- sare alla Federazione dei lavoratori metalmeccanici) per le contraddizioni che su questo piano cominciano ad emergere fra le forze politiche. Si diceva, già prima che fosse pubblicato il progetto, che questi piani di settore, che fanno ormai parte organica del progetto Pandolfi, non rappresentavano nulla di positivo, ai fini di un nuovo ruolo del nostro paese in questi settori, dal punto di vista produttivo e dal punto di vista dello sviluppo dell’occupa- zione e del superamento degli squilibri settoriali e zona ; con particolare riferimento allo sviluppo di una politica industriale e occupazionale nel Mezzogiorno. Direi che oggi, con la pubblicazione del progetto Pandolfi, questi primi giudizi trovano una conferma netta e precisa e di- rei che proprio attraverso il progetto Pandolfi e i piani di settore si estrinseca il vero ruolo di questo Governo, che secondo noi deve essere combattuto e combattuto dai va- ri livelli in cui lo si può combattere, tenendo presente che la politica che si estrinseca attraverso il progetto Pandol- fi e i piani di settore è una politica che richiede ampi sa- crifici alle masse popolari, ai lavoratori, ai giovani, ai pensionati, ai disoccupati, senza contrapartite sul terre- no dell'occupazione e del superamento degli squilibri.

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La filosofia del piano è precisa: le colpe della crisi sono del costo del lavoro nel nostro paese che come noi sap- piamo non è certamente al di sopra dei livelli europei; è colpa della spesa pubblica che come sappiamo anche qui non è certamente al di sopra dei livelli europei; quindi secondo il piano Pandolfi bisogna incidere sul sa- lario in tutti i modi, e lo si è cominciato a fare, vedi anche ultimamente, con la leggina Scotti per cercare di blocca- re la scala mobile in alcuni settori. Bisogna incidere sul salario, bisogna, dice Pandolfi,, ancorare lo sviluppo dei salari lordi all'aumento del costo della vita. Ma noi sap- piamo che, essendoci una tassazione pesante, significa fa- re aumentare i salari molto al di sotto dell'aumento del costo della vita e quindi ridurre praticamente la quota che nel nostro paese va al monte salari per i prossimi tre anni. Questi sono i dati che ci si presentano: tagliare la spesa pubblica sociale, che significa incidere sulle pen- sioni; risolvere i problemi della spesa sanitaria, come se questa fosse la ada giusta, ad esempio, con l’introdu- zione del «ticket», come è stato fatto di recente, e incide- re soprattutto sulla spesa sociale degli enti locali, bloc- candola, come si è fatto, a dei livelli di aumento molto al di sotto del tasso di inflazione, riducendo le spese di inve- stimento, incidendo anche sulla stessa finanza delle Re- gioni con l'operazione di bloccare 1.600 miliardi sulla te- soreria nazionale, sottraendoli, appunto, alla manovra regionale. Questa è l'operazione che viene portata avanti attraverso il progetto Pandolfi, mentre non c'è nulla dal punto di vista delle imposte, cioè dell'entrata, perchè e o scandalo effettivo nel nostro paese; non è la spesa pub- blica, che è a livello della media europea, è il problema che noi non abbiamo le entrate a quel livello, perchè ab- biamo larghissime fasce di evasione nel settore delle im- poste indirette e dirette, mentre sopravvive e aumenta anche la politica dello spreco negli enti inutili nazionali e in ampi settori delle partecipazioni statali, che non svol- gono oggi nessun ruolo preciso e specifico, come diremo oi a proposito anche dei piani di settore, nella politica economica del nostro paese, in cui operano vecchi gruppi dirigenti che sono tra l’altro squalificati, esempio che ab- biamo anche nella nostra Regione, basti pensare alle vi- cende della vicina Imola e alla situazione della Cognetex che riguarda il settore meccano-tessile. Quindi noi giudichiamo il progetto Pandolfi e i piani di

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settore che si inseriscono dentro questo progetto come una vera e propria controriforma sociale. È chiaro quin- di che secondo noi un tale progetto va respinto e combat- tuto; va combattuto perchè contrasta con gli interessi del paese, con gli interessi dei lavoratori, dell'occupazione, del superamento degli squilibri, perchè oggi, in una si- tuazione di avanzo del deficit della bilancia dei pagamen- ti occorre, viceversa, un rilancio della domanda che può avvenire attraverso contratti che vadano in direzione de- gli interessi dei lavoratori, attraverso un rilancio della domanda pubblica (anche qui manca questa indicazione per quanto riguarda i piani di settore), e investimenti spe- cifici che siano capaci di rompere quei limiti profondi, che ci sono nel nostro sistema economico, di vincoli dall'estero, andando a interventi più precisi in alcuni set- tori che sono stati indicati e che possono avere uno svi- uppo non solo per la domanda interna, ma anche ai fini dell’esportazione (pensiamo alla chimica, ai settori delle macchine agricole, ai settori della meccanica strumenta- e)

Questa è la strada diversa che va perseguita, mentre noi ci troviamo di fronte a un processo di ristrutturazione che non è destinato a potenziare, sul piano produttivo, in qu settori il nostro paese; è destinato a far diminuire occupazione e non ad aumentarla, a far accentuare gli squilibri fra Nord e Sud, in una situazione, quindi, di ri- strutturazione e di riduzione della base produttiva, senza rospettive di uscita vera dalla crisi. In fondo, rispetto ai progetti del piano Pandolfi, in direzione dell'attacco ai salari e dell'attacco alla spesa pubblica sociale, la contro- partita poi dovrebbe essere rappresentata dai piani di settore e dallo sviluppo dell'occupazione, si dice, di 500 o 600 mila persone, senza però indicazioni vere e reali quando entriamo nel merito dei piani di settore.

In questi piani di settore, infatti non esistono investimen- ti al sud, ad esempio, e su tale terreno hanno insistito anche diversi sindacati dei lavoratori non ci siamo. Questo è stato detto in maniera esplicita anche in diverse conferenze che sui singoli piani di settore sono state fat- te. Da tutti i piani emerge intanto un dato di orientamen- to di fondo. Innanzitutto c'è una piena accettazione dell’attuale situazione del sistema capitalistico e di un ruolo portante che nell’ambito di questo sistema devono giocare i grossi gruppi privati, nazionali ed esteri, rispet

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to allo stesso ruolo delle aziende a partecipazione statale. C'è un'osservazione che viene fatta anche nel documento presentato dall'assessore Armaroli e dalla Giunta dove si dice: « non è ben prefigurato il ruolo delle aziende a par- tecipazione statale». No, il ruolo delle aziende a parteci- pazione statale è nettamente prefigurato: è un ruolo che ormai deve andare ad esaurimento, coprendo settori in cui può andare avanti una politica di assistenza, senza però un ruolo portante. Il settore delle partecipazioni sta- tali dovrebbe invece avere un ruolo portante nei settori dove noi riteniamo che si debba andare ad una ristruttu- razione, con forti investimenti, nella ricerca e in nuove tecnologie e potrebbero, questi settori pubblici, avere un ruolo trainante appunto nella ricerca.e nella tecnologia avanzata; invece noi vediamo che c'è un netto ridimensio- namento e si lascia spazio solamente ai privati e in alcuni settori ai gruppi privati stranieri perchè sono loro che hanno il ruolo principale. Pensiamo a quello che sta succedendo nella nostra Regio- ne per il settore meccano tessile: c'è stata la conferenza promossa dai sindacati dei gruppi dell'ex EGAM in que- sto settore; proprio le partecipazioni statali vanno ver- so questo ruolo, mentre invece gli si dovrebbe assegnare, anche per l’importanza del settore pubblico in questo comparto, un ruolo trainante. E questo non c'è. Questo a cosa corrisponde? Corrisponde alla nuova concezione, al nuovo disegno che la Democrazia cristiana ha sul ruolo dello Stato nell'intervento economico. Cioè, mentre le partecipazioni statali erano state la prima illusione rifor- mistica del gruppo dei «professorini», di Dossetti e di Fanfani, cioè avere un potere reale anche nei confronti del capitale privato e quindi assegnargli un certo ruolo di intervento a livello economico, oggi la scelta è un'altra. La scelta è l'abbandono delle partecipazioni statali come ruolo trainante. 4 lo Stato della DC le partecipazioni statali sono mai riuscite ad esercitare questo ruolo. Ci fu Mattei, in parte, che era il padre di questa operazione, che a livello politi- co era legato a Dossetti, Fanfani, La Pira. Oggi, invece, questo viene abbandonato. Oggi la scelta è quella, piutto- sto, dello sviluppo della imprenditoria privata e del capi- tale privato, magari dando fondi a questi con la fiscaliz- zazione degli oneri sociali e dando fondi direttamente, negando un ruolo di intervento alle partecipazioni stata

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li; intervento che è stato un'illusione riformatrice che è fallita, perchè poi il settore è sempre stato subalterno ai settori privati, finendo poi negli sprechi e nello sperpero di denaro pubblico in diversi casi che gridano ancora vendetta. Però è evidente che oggi viene abbandonato questo, mentre invece, secondo noi, un ruolo dell’impre- sa pubblica in settori di questo genere, in un processo di politica industriale e di ristrutturazione, nel nostro pae- se dovrebbe essere ripreso e certamente non ripreso con le illusioni riformistiche finite poi nella DC, ma con un al- tro respiro e con un altro radicamento. Quindi assistia- mo a questo. Qui si dice: «non è ben definita». No, è ben definita. Bisogna prendere atto di questo. E qui la Giun- ta, i partiti dell'accordo a cinque che sono al Governo, che sono dentro questa ammucchiata (come la chiama Pannella, anche se è un'espressione che non mi piace), ef- fettivamente cercano sempre di smussare, di attenuare i toni: «è un documento (si dice del progetto Pandolfi) che non è buono, però è un primo elemento di dibattito, non è ben definito». Tutte mediazioni che conosciamo benissi- mo, mentre invece si deve andare a scelte precise che ser- vono anche a mettere in movimento, dentro la stessa DC e dentro altre forze, forze che magari sarebbero anche di- sponibili, se sollecitate, ad un dibattito che andasse in una certa direzione. Certamente se la sinistra è subalter- na e pronuba a queste nuove concezioni, è evidente che anche certi processi all’interno della DC non andranno mai avanti. Quindi i piani presentati, oltre a non avere collegamenti intersettoriali questo è stato notato, ad esempio il settore tessile con il meccano-tessile, quello delle macchine agricole con l'agricolo-alimentare pre- vedono in generale solo l’autoprogrammazione delle im- prese più forti, con un ripiegamento sui livelli produttivi sempre più b. :

Si limitano quindi a una razionalizzazione di quello c c'è già, senza prospettare delle indicazioni operative an- che di sviluppo e ponendosi in aperto contrasto, come è stato detto, con una politica di sviluppo e di difesa anche della stessa occupazione, perchè in alcuni settori si pre- vede una riduzione dell'occupazione esistente. Io vi pre- gherei di andare a guardare alcune prese di posizione dei sindacati in alcuni settori (nel meccano-tessile, nella chi- mica, eccetera): vi sono delle riduzioni precise, andando avanti questi processi e questi disegni che vengono previ

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sti per questi settori. Per cui non c'è neanche la difesa dell'occupazione, per non parlare poi dello sviluppo del Mezzogiorno. Per cui è fondato il discorso che viene fatto anche dall'interno di forze politiche che pure sono nel’ac- cordo a cinque e cioè che qui ci troviamo di fronte ad una operazone che non cambierà nulla della vecchia politica industriale, perchè il credito verrà ancora gestito in ma- niera discrezionale, come è stato fatto fino ad oggi; l’uni- co centro che continuerà a comandare in questo settore sarà il Ministro dell'Industria, assegnando anche ruoli a certi strumenti che non sono neanche i ruoli sui quali questi strumenti sono sorti. Basti pensare al ruolo della GEPI. Non c’è una correlazione tra la grande e la piccola

che sono contenute nel progetto Pandolfi e nei piani di settore. Io credo che vadano fatte delle controproposte precise e nette per quanto ci riguarda come enti locali e come Regione, rivendicando un nostro ruolo primario nella politica industriale che non abbiamo, perchè non possiamo fare dei discorsi sul mercato del lavoro e sulla formazione professionale, tra l’altro, con i contenuti che stiamo portando avanti e che noi abbiamo criticato pro- fondamente nella discussione sulla legge, senza avere dei poteri più precisi, non consultivi, nel campo della politi- ca industriale. Cosa che oggi viene completamente nega- ta ancora alle Regioni.

dimensione; e questo nella nostra Regione quanto si riferisce al

ha rilievo per la politica industriale che, appunto, ha problemi seri per o sviluppo della piccola e media im-

presa, con problemi di ammodernamenti tecnologici e di

qualificazione. In breve, perchè non

possiamo evidentemente in questa

In questo senso, quindi, di fronte 2 assumesse un atteggiamento di que dare già ad una mediazione a basso to mortifica il ruolo degli enti loca chè la partita vera Pandolfi la gioca vo del 1979, è che si deve cominc

ad un documento che sto genere, cioè di an- ivello, che oggi intan- i e delle regioni, per- sul bilancio preventi- iare a tagliare, e a ta-

sede entrare in maniera approfondita in tutti i settori, e bisogna cogliere quelle che sono le tendenze prevalenti di questi piani nell’ambito anche del progetto Pandolfi, mi pare che non ci siamo assolutamente, perchè secondo noi è profondamente sbagliato il discorso che viene fatto di considerare questi piani e questo progetto come terreno di discussione, quando il disegno di attacco al movimento operaio, di non superamento degli squilibri, di non svi- luppo di una politica del Mezzogiorno, di non sviluppo di un ruolo delle partecipazioni statali è limpido ‘in maniera netta e precisa. Io credo che ponendosi su questo terreno si commetta un errore enorme, perchè si scende già in un terreno di contrattazione e di mediazione che non potrà che portare a soluzioni arretrate, che farà passare quelle che sono le scelte relative all'attacco al salario e alla poli- . tica della spesa pubblica e non darà, viceversa, contro- partite precise per quanto riguarda lo sviluppo di questa politica industriale e lo sviluppo dell'occupazione. In questo senso il giudizio che noi diamo di questi piani nell’ambito del piano Pandolfi è un giudizio negativo mol- to netto, molto preciso. Aspettiamo di conoscere anche le posizioni finali che la minoranza intende sottoporre al Consiglio per recarsi nell’ambito della commissione in- terregionale a discutere di questi aspetti. È chiaro co- munque che noi non siamo disponibili per una posizione che entra già in una mediazione a basso livello sulle cose

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gliare pesantemente, in termini di spesa pubblica. Con la manovra poi dei fondi dati direttamente alle industrie private, negando un ruolo trainante alle partecipazioni statali, abbiamo già il quadro del disegno che viene por- tato avanti oggi dal Governo e dalla nuova dirigenza della DC, che oggi affronta questi problemi in campo di politi- ca economica, con questi obiettivi.

Detto questo, se si arrivasse a un documento di questo ge- nere, il nostro non potrebbe essere che un voto contrario.

Sulle tesi del P.C.I.

Pubblichiamo un contributo di Carlo Coniglio sulle tesi del PCI per il XV Congresso uscito in questi giorni su «La Società», mensile della Federazione Bolognese del PCI (Febbraio 1979) Nell’esprimere alcune opinioni sul progetto di tesi, su elementi di novità o meno che da esse emergono nella li- nea politica del PCI, devo subito dire che non condivido affatto e considero anzi grave il fatto che il comitato cen- trale del Partito abbia votato le tesi nella più assoluta se- gretezza senza che il corpo del Partito e tutta la realtà po- litica e sociale esterna conoscessero i termini del voto e del dibattito svoltosi nel massimo organo del partito. È questo un metodo (che esprime una concezione del partito) che sequestra il dibattito politico e gli equili bri al vertice e che, nella sostanza, non riesce ad instaurare quel rapporto nuovo e sempre più necessario tra partito società civile mo- vimenti di massa che, insieme ad analisi del capitalismo inadeguate, È alla base del ritardo nella costruzione di una linea di transi- zione al socialismo nei paesi di capitalismo avanzato. Non è con tali metodi e concezioni che, del resto, si evita- no pericoli quali, ad esempio, quello introdotto dalle cor- renti nella vita interna del partito, pericoli che possono essere superati solo da un'ampia partecipazione, discus- sione e trasparenza delle opinioni interne e soprattutto da un giusto rapporto di confronto-autonomia e sintesi con la società civile e i movimenti di massa. il non avere ancora posto questo (e le tesi sul problema del centralismo democratico non fanno sostanziali pas in avanti) con tutto quello che ciò comporta ai fini dell'analisi di classe e dell’elaborazione della linea, ha portato ad esempio il PCI a non intendere i significati ve- ri e di fondo delle lotte del '68, le domande nuove di movi- menti di massa (vedi giovani e donne) in questi anni, le difficoltà attuali della politica di compromesso storico e di collaborazione con la DC. È infatti una concez sif- fatta del partito che, portata nelle-istituzioni ai vari livel- li, contribuisce alla costruzione di quella «autonomia del politico», della mediazione di vertice che, negli ultimi an- i è rivelata funzionale alla ripresa della egemonia de- mocristiana, del suo centralismo, con tendenze di tipo autoritario a certi livelli, e che ha comportato la fram-

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mentazione del blocco sociale anticapitalistico, la corpo- rativizzazione di vari settori, la rottura.con le realtà: gio- vanili, innestando processi di disgregazione su cui co- struisce il potere l'avversario di cla e non certo la sini- stra. Mentre invece le lotte sociali dal '68 in avanti, nella loro sostanza, avevano alla base proprio la domanda di un di- verso rapporto tra movimenti, partiti, istituzioni, capace di aggredire la crisi del capitalismo e dello stato, am- pliando il controllo e l’unità dal basso, dal luogo di lavoro al territorio e alle istituzioni elettive, per imprimere una svolta che toccava i problemi fondamentali della entrata, della spesa pubblica, delle scelte produttive, di un nuovo modo di lavorare e di vivere. E per toccare problemi attuali (disoccupazione, crisi fi scale dello stato ecc.) perchè non si è raccolta la domanda

Qi unità, di costruzione degli strumenti intercategoriali

di zona dei lavoratori con i disoccupati i giovani e le don- ne che avrebbero permesso un superamento dei dati cor- porativi, un controllo diffuso dal basso di fenomeni da battere come il lavoro nero, il doppio lavoro, le evasioni fiscali, gli sprechi e perchè no anche l'aborto clandesti- no? Rinnovando e dando corpo veramente ad una conce- zione dello stato capace di trasformarsi sviluppando in avanti i limiti della democrazia rappresentativa di tipo borghese. A questo il PCI si è opposto costruendo analisi del capitalismo, della realtà di classe, dello stato e so- prattutto della DC, che oggi, mi sembra, preannuncino continuando nella strada intrapresa, più una sconfitta che una avanzata del movimento operaio e democratico in Italia. Questi dati di fondo a mio parere nelle tesi non ci sono e quindi anche il discorso delle alleanze (classe operaia, nuovi movimenti e strati sociali) diventa puramente no- minalistico nel quadro di una linea che pone al primo po- sto l’unità con la DC, alla quale in questi anni sono su- bordinate le scelte compiute a livello economico sociale ed istituzionale

E sulla DC le tesi non svolgono una analisi quale la situa- zione odierna richiederebbe. Si parla di collaborazione con essa e di lotta perchè in essa si affermi una volontà di rinnovamento della situazione italiana, ma anche di una DC che sfugge sempre a tale sfida perchè muterebbe la sua fisionomia e la sua funzione. E oggi il PCI parla di Moro con un progetto di apertura e di coinvolgimento del

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Sulla ricorrenza del decennale della strage di piazza Fontana (seduta del 14/12/1979)

PCI più vasto di quello dei suoi attuali eredi dimentico di che cosa Moro ha significato di conservatore all'epoca del centro-sinistra, in un quadro economico e sociale ben /erso. n Le non dire che quasi mai (forse con Dos setti) nella DC ci sono state forze capaci di elaborare un vero discor- so di tipo riformistico? Che oggi la DC è sempre di Do forza politica che rappresenta il grande capitale in colle- gamento con le economie capitalistiche più forti (vedi ge- stione dello SME), con un discorso sulla spesa pubblica sempre più indirizzata al sostegno della ristruttura TE capitalistica e con l'abbandono di ogni intervento dello Stato ai fini del riequilibrio e dell'occupazione? E che oggi negli esiti sociali di tale politica, la DC è capa- ce di utilizzare contro la sinistra disgregazione e corpo rativismo, e recuperare, con l’aiuto di parte della chiesa, vecchie egemonie culturali? SR Mi si dirà che queste sono le mie opinioni; è certo comun- que che gli attuali esiti non possono non fare riflettere sulla realtà della DC e sul fatto negativo che ne è derivato dall'avere identificato, pur dopo le novità degli ultimi an- ni, mondo cattolico e democrazia cristiana come, con l’at- tuale linea politica, il PCI ha finito per fare. i Quindi a mio parere non colgo nelle tesi novità sostanzia- li. Viene posto qualche problema in più, segno di esigenze e disagi presenti nel partito e nella realtà (sul centrali-

CONIGLIO: Signor presidente, credo che su Piazza Fonta- na e su quello che è accaduto dopo non basterebbe una giornata per approfondirne gli aspetti e per esprimere tutte le valutazioni che, con l’inizio di quell'evento, noi dovremmo fare sulla situazione del paese, sui fatti che sono avvenuti e sulle prospettive che ci stanno di fronte. Credo quindi che per ricordare le vittime e anche per riassumere tutti insieme un impegno di lotta per la de- mocrazia, per il rinnovamento e quindi per tagliare alle radici processi eversivi, terrorismo e violenza, credo che alcune cose facciamo bene a dirle, fanno bene a dirle le diverse parti politiche, perchè la data di Piazza Fontana segna l’inizio preciso, nella nostra storia ultima, l’inizio e l'introduzione del terrorismo e della violenza come meto- do di lotta politica, con un processo che via via si è svilup- pato nel nostro paese sino a fare divenire il terrorismo e la violenza una forma endemica de nostro sistema politi- co. Piazza Fontana segna l’inizio di questo metodo di lotta politica e lo segna per cercare di bloccare un processo di rinnovamento e di trasformazione della nostra società e del nostro sistema politico, come veniva av anzato da par- te delle lotte della fine degli anni ’60, con l'esigenza che queste lotte ponevano. Cioè, innanzitutto, un vasto dise-

smo, sull’URSS), ma il cam

biamento non si vede.

Ed anche il discorso sulla terza via resta a livello pura-

mente ideologico: come i dare al fondo dei dati mate

n URSS, ma senza ancora an- iali di quel sistema, come

le socialdemocrazie. Ma con queste ultime la differenza non emerge, sia sui dati del discorso economico sia non raccogliendo sino in fondo ciò che dicevamo all'inizio sul rapporto con i movimenti di massa, la democrazia diret ta, una forte spinta alla gestione dal basso delle scelte economiche ecc. È Con la linea che emerge dalle tesi il problema di una cre- dibile lotta per il socialismo in occidente non viene avvia- to ancora a soluzione.

gno di attuazione della Costituzione, di riforme, di rinno- vamento sociale e politico del paese. Ebbene, per bloc re questo rinnovamento, che del resto ha sempre incon-

trato fortissime resistenze all’interno de

i partiti che sem-

pre hanno retto il Governo nel nostro paese, proprio per bloccare questo processo di rinnovamento si è ricorsi al

terrorismo, si è ricorsi alla violenza e a hanno dimostrato che al centro di questa

la strage e i fatti strategia eversi-

va della strage stavano non solo forze f sciste, ma vi era-

no collegamenti stretti con apparati del

o Stato, con ser-

vizi di sicurezza diretti da fascisti, con apparati dello Sta-

to e con collegamenti anche ministeriali.

Quello che abbiamo potuto vedere, pure

non essendo an-

cora concluso l'iter per quanto riguarda della strage di Pia;

e responsabilità

a Fontana, è che alla base della stra-

tegia eversiva, dell’introduzione del terrorismo e della

violenza nel nostro sistema politico e soc

iale vi è appunto

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democratica sul terreno democratico, senza legislazioni speciali, chè già certi elementi di trasformazione autori- taria del nostro sistema li abbiamo avuti negli ultimi an- ni, nella legislazione, per esempio, di polizia, nella legi- slazione a livello del diritto penale, eppure vediamo che non è a questo livello che si risolvono i problemi; i proble- mi si risolvono dando una risposta positiva sul terreno economico e sociale, della funzionalità dell'ordinamento, della trasformazione e del rinnovamento delle istituzioni e quindi facendo.contare la gente, saldando il blocco so- ciale anticapitalistico, non lasciando strati sociali emar- ginati e difendendone altri che sono evidentemente più privilegiati e più coperti nel nostro sistema economico. Questo è un compito soprattutto delle forze della sini- stra. Oggi le forze della sinistra la migliore risposta che possono dare alla lotta eversiva, a questa strategia ever- siva che evidentemente, partita da Piazza Fontana, oggi

anche una responsabilità che esce dall'interno dello Sta- to, dagli apparati, dai servizi segreti, e quindi è anche a questo livello che noi abbiamo le prove di una responsa- bilità precisa. Ebbene, si è fatto del terrorismo, della strage, un metodo di lotta politica. Dai primi anni '70, dopo Piazza Fontana, la strage dell’Italicus, la strage di Brescia, tutte portano un chiaro segno che certo sono la base anche e non fac- ciamo fatica a dirlo, perchè ormai le prove stanno venen- do fuori della nascita di gruppi anche della sinistra pensiamo al caso di Feltrinelli, di altri —, che sulla base della svolta autoritaria e dell’introduzione di questo ter- rorismo, di questa violenza, di questo tentativo autorita- rio di destra e con ramificazioni dentro lo Stato, comin- ciarono a discutere e a elaborare strategie di risposta vio- lenta, di lotta armata, di fronte a questo disegno che ven

va avanti. Noi abbiamo vissuto questi anni in questa si-

tuazione che tende chiaramente ad allontanare le masse dal partecipare alla vita politica, tende chiaramente alla delega ai vertici, perchè la strategia del terrorismo è la strategia antidemocratica per eccellenza, che crea la sfi- ducia, che porta le masse ad abbandonare la partecipa- zione, porta anche stessi gruppi dirigenti a farsi da parte, a non sentirsela più di continuare a lottare in una situa- zione di questo genere. Quindi noi diciamo chiaramente che contro questa strategia occorre una risposta che vice- versa rilanci la partecipazione, l’unità delle masse popo- lari sui grandi problemi, che porti le istituzioni a fare il loro dovere, e quindi l’azione che deve venire, per esem- pio, da enti elettivi, locali, dalle Regioni, è quella innanzi- tutto di dare risposta ai bisogni delle masse, cioè di dare risposta ai problemi sociali che sono sempre più gravi, a un sistema politico che non cambia, a un gruppo dirigen- te che è sempre quello da trent'anni, a una Democrazia cristiana che continua imperterrita a governare, a Gover- ni che fanno le cose che fa oggi il Governo Cossiga sul ter- reno della politica economica e sociale, della difesa della pace e dell'autonomia dell’Italia. Cioè questi sono fatti che evidentemente influenzano anche una situazione di lotta portata su altri terreni, quale quello del terrorismo e della violenza.

Allora noi dobbiamo condannare evidentemente questa strategia del terrore e della risposta terroristica; dobbia- mo dire che solo l’unità delle lotte di massa, della lotta

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ha tutte le caratteristiche che pos ventata ormai endemica nel nostro s e preoccupanti rischi di involuzione e autoritaria; ebbene, la preoccupazion forze di sinistra deve essere quella d blocco di strati sociali che sono colpi non abbandonandone nessuno, non las nessuno, specialmente a livello delle gi alivello degli strati più emarginati, de sono più colpite dalla crisi, che sono pi litica contraria del sistema economico confronti.

Io credo che questo sia il modo per ris una condanna, anche perchè i risultat violenza che si vuole colorare di rosso

iamo vedere, e che è di-

tema, con paurosi di trasformazione e principale delle i tenere unito un ti da questa crisi, iandone scoperto ‘ovani generazioni, le popolazioni che ù soggette alla po- e sociale nei loro

pondere; certo con i ormai di questa e che lancia la pa-

rola della rivolta e della rivoluzione, quando vediamo be-

nissimo a chi giova questa violenza faccia fare nel paese all’involuzione, a

quali passi avanti

le prospettive au-

toritarie, ebbene, non c'è solo la paro

a di condanna; la

parola deve essere quella di una risposta politica e la ri- sposta politica la sinistra deve darla soprattutto rinsal-

dando l’unità di questo blocco sociale, tersi alla testa di questo blocco nelle lo per la casa, per i servizi, per la difesa

cercando di met- tte per le riforme, dei salari, contro

l'inflazione, contro la speculazione di rapina che oggi vie- ne portata avanti. Pensate oggi quale livello di offesa pro- fonda può essere per il piccolo risparmiatore, a parte co-

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lui che vede mangiare i propri risparmi dall’inflazione, il fatto che oggi si aumenta il tasso delle banche che presta- no al 20-21% e remunerano i depositi, che vanno fra l’al- tro in briciole per questa inflazione galoppante, con au- menti miserevoli dello 0,50, dello 0,70%. Queste sono forme che non posso passare sotto silenzio: sono strati sociali che vengono colpiti, strati sociali che hanno figli giovani, che non hanno prospettive oggi, che oggi si muo- vono in una situazione di sempre più ampia disgregazio- ne sociale, in cui agiscono negativamente il terrorismo e la strategia eversiva, quali giochi oggi vi siano anche a li- vello internazionale che passano dentro i paesi in situa- zione politica difficile, come l’Italia.

Ecco, io credo che su queste cose noi dobbiamo riflettere e credo che la parola che deve venire è una parola di uni- di questo blocco sociale, degli strati più colpiti dalla crisi e di unità della sinistra. Io credo che oggi la perico- losità dell'attacco sia tale che occorre rinsaldare questa unità a livello sociale e a livello politico della sinistra, sul terreno della difesa democratica, della lotta per risolvere i problemi sociali che i lavoratori e le masse hanno, com- battendo contro le leggi speciali, tenendosi sul terreno delle garanzie democratiche, perchè questa è la strada, secondo me, con cui il popolo italiano ha risposto e dimo- strato di sapere rispondere in questi anni, dopo dieci an- ni di terrorismo e di violenza che ormai percorrono il paese.

La legislazione regionale sulla sanità e l’azione politica del gruppo regionale

Uno dei settori di maggior impegno per il compagno Car- lo Coniglio e per tutti i compagni che hanno sempre fatto riferimento al gruppo regionale, è stato certamente in questi anni quello della sanità e dell'assistenza. A partire dall'impegno per i consultori (1976), alle numerosissime interpellanze sulla situazione di disagio all’interno di molti ospedali o su avvenimenti particolarmente gravi (riportiamo a questo proposito due interpellanze su fatti accaduti nelle cliniche ostetriche di Ferrara e di Modena), fino agli interventi sugli ultimi provvedimenti legislativi della Regione (vedi legge sull'assistenza agli anziani, istituzione delle U.S.L., piano sanitario regiona- le, legge sugli handicappati), si può senza dubbio affer- mare che l'impegno è stato continuativo e coerente. Come atto più recente di questa legislatura, il compagno Coniglio ha presentato il 28/2/80 un progetto di legge a fa- vore degli handicappati per l'eliminazione delle barriere architettoniche.

Il materiale qui riprodotto è tratto in parte dagli inter- venti svolti in Consiglio regionale da Coniglio, e in parte da articoli apparsi sulla nostra agenzia di stampa «Alter- nativa Socialista».

INTERVENTI SULLA LEGGE REGIONALE SUI CONSULTORI {29 aprile 1976)

Signor presidente, colleghi consiglieri, la legge statale 29 luglio 1975, n. 405, istitutiva dei consultori familiari, ha come punto di riferimento non la donna, ma la famiglia come coppia e maternità istituzionalizzate, riproponendo una visione della donna a dir poco tradizionale ed ipocri- ta e non riconoscendo, fuori da tale quadro, alle donne una propria individualità ed autonomia come scelta di sessualità, ma vedendo ad esempio la stessa sess lità solo in funzione della procreazione e non come valore dotato di una propria autonomia. Si nega, in tal modo, al- la donna, ogni qualità di soggetto politico, in definitiva. Tale e statale non istituisce così, secondo quanto è stato richiesto dal movimento femminista in tutte le sue articolazioni, i consultori delle donne e per le donne, ma si muove in una linea contraria, rinchiudendo le stesse in una riduttiva logica familiare istituzionalizzata. Se, quin- di è chiaro in questa le nazionale, il disegno che si vuole perseguire, stupisce che anche una Regione rossa come l'Emilia-Romagna non riesca a cogliere l'occasione per dare risposte precise alle istanze avanzate dalle don- ne, uscendo da tale visione della legge nazionale o supe- randola in una dimensione non puramente tecnica ma po- litica del servizio consultoriale che si vuole istituire. Il progetto di legge presentato dalla Giunta, che stiamo di- scutendo nel Consiglio regionale, non coglie a nostro parere per nulla la specificità della condizione della donna nella società. Non prevede, quindi, che vi sia un consultorio delle donne e per le donne, strumento autoge- stito prima di tutto da loro stesse, ma si limita a dare at- tuazione alla legge nazionale 405, istituendo solo i con- sultori familiari e allargando gli interventi della legge a tutta una serie di altri settori che r icomprendono i servi- zi per l'infanzia, i minori, eccetera.

Mentre nella legge nazionale, per esempio, pur con tutti i limiti che io ho accennato, c'è un punto in cui si parla di salute della donna oltre che di tutela del prodotto del concepimento ecc. (per lo meno una volta la salute della

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donna è citata) nella nostra legge non se ne parla neanche una volta. La volontà, secondo noi, è quindi quella di non riconoscere alcuna specificità della condizione femmini- le e che la condizione sia specifica lo dimostra, a vari li- IS lo stato di oppressione e di sfruttamento in cui og la donna è tenuta; una specificità hanno i problemi di s lute psicofisica della donna che sono strettamente legati, ad esempio, alla questione della contracezione e dell'aborto; specifici e particolarmente oppressivi ed emarginanti abbiamo avuto modo di parlarne anche in questa sede sono i rapporti delle donne con il potere medico e con le strutture sanitarie (basterebbe fare rife- rimento al caso dell'ospedale S. Anna e alle denunce che il movimento femminista ha fatto al Tribunale della don- na di Bruxelles per avere per avere un esempio discusso anche in questa sede). Ma sappiamo che il problema è molto più generalizzato. Senza contare tutte le conquiste, che sono anche conquiste culturali, oltre che politiche, che il movimento delle donne, raggiungendo oggi anche livelli unitari a questo riguardo, ha portato avanti come necessità di superare il dislivello tra il personale e il poli- tico e quindi cercare in certo qual modo di far superare, anche intervenendo su questi problemi, quella condizio- ne in cui la donna molto spesso oggi si trova, cioè di esse- re elemento di contenimento e di controllo delle tensioni sociali e dei conflitti in una società in cui vediamo sem- pre più presente una crisi di sistema e che deve subire profonde trasformazioni. Quindi noi riteniamo che il non riconoscere questa specificità della condizione femmini- le porta, così come avviene, il progetto di legge della Giunta a non istituire alcuna struttura gestita dalle don- ne in rapporto ai bisogni delle stesse. La gestione dei consultori familiari secondo questo pro- getto di legge deve essere sociale (e in questo «sociale» ntende la partecipazione un po' di tutto: dei quartieri, delle strutture associative, dei sindacati) e poi si ricono- sce un particolare ruolo anche alle associazioni femmini- li e anche un uso dell'assemblea degli utenti, ma in termi- ni che sono profondamente limitativi, assicurando per esempio all'assemblea degli utenti un ruolo semplice- mente consultivo e non decisionale, che in definitiva col- loca ancora in modo subalterno la donna all’interno della società e all’interno anche di queste strutture. Quindi, co- me si vede, secondo noi, si è ben lontani dalle istanze

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avanzate dal Movimento femminista, e non solo, ma dai livelli di coscienza acquisiti da un largo numero di masse femminili.

Come Partito di Unità Proletaria per il comunismo noi abbiamo deciso, su questo progetto di legge, di presenta- re alcuni emendamenti (e lo faremo quando si arriverà al-

la discussione degli articoli) di fronte alla volontà della’

Giunta di non accogliere tali istanze. Gli emendamenti che presentiamo tendono a far si che la Regione istituisca con tale legge, attraverso i consorzi socio-sanitari, anche dei consultori per la salute della donna. Cioè la legge na- zionale prevede l’istituzione dei consultori familiari, ri- ducendo tutta la problematica che noi affrontiamo nell’ambito della coppia e della maternità istituzionaliz- zata; noi diciamo di non limitarsi a vedere il problema so- lo nell’ambito della coppia e della maternità, ma dare un valore specifico alla condizione e alla salute della donna, per le motivazioni che dicevo prima, e quindi andare an- che alla costituzione di consultori per la salute della don- na che, secondo le proposte che noi facciamo, devono es- sere gestiti da comitati nominati per un terzo dai tecnici che sono addetti a questo servizio e per due terzi dalle donne utenti della struttura stessa di questo consultorio per la salute della donna. La Regione, dato che ha compe- tenza in materia, può fare ciò se ha la volontà di farlo, e io credo che tutto ciò trovi riscontro nella richiesta di mas- sa proveniente dalle donne di avere una struttura autoge- stita, con capacità di intervento e di controllo anche pre- ventivo sui problemi della salute della donna. Cioè io cre- do, e ne abbiamo parlato anche giorni fa, quando discute- vamo delle questioni relative all'ospedale «S. Anna», che sia necessario, proprio perchè la donna oggi è in condi- zione sostanziale di subalternità e di debolezza, che le si riconosca anche un livello giuridico-amministrativo pro- prio, autogestito da essa.

Cioè il problema, secondo noi, è quello di dare alle donne un luogo di aggregazione nella società e il consultorio della donna e per la donna può essere questo luogo di ag- gregazione nella società da cui le donne, uscendo anche da quella subalternità che oggi hanno a livello di società e anche di livello di famiglia, possono aprire, in modo non corporativo, dei rapporti conflittuali nella società, dove le donne possono prendere consapevolezza non solo dei propri bisogni, ma anche della propria forza. E que-

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sto dato di presa di consapevolezza da parte della donna della propria forza è un fatto non corporativo, perchè ri- teniamo che nel momento in cui forze subalterne come quelle femminili si liberano dalla loro condizione di su- balternità fanno un’opera di trasformazione collettiva e non corporativa, nell’interesse di tutta la società. Creare quindi un luogo da cui si possa intervenire sui problemi complessivi della salute della donna che riguardano i problemi della salute specifica sui temi che mettiamo più propriamente in luce con questa legge: temi della tutela della maternità, della contraccezione, eccetera, ma anche sui temi più generali della salute della donna in ‘abbrica,, in tutti i luoghi di lavoro, nel territorio, eccete- ra. Con tali strutture autogestite, secondo noi, dovrà essere possibile per le donne, anche minorenni come specifi- chiamo negli emendamenti essere presenti su tutte le questioni riguardanti la gestione della sessualità, non so- lo in funzione della procreazione, intervenire sulla con- traccezione come possibilità delle stesse donne di svolge- re un'azione attiva sul territorio, valorizzando quindi ‘azione volontaria e politica che in alcune esperienze di consultori privati le donne hanno fatto. Noi riteniamo, per esempio, che oggi l’esperienza dimostri come su tutto il terreno della contraccezione le donne che vanno al con- sultorio sono in genere donne culturalmente qualificate, studentesse, mentre la larga massa delle donne ignora tutta questa problematica della contraccezione. Noi rite- niamo, per esempio, che un consultorio gestito dalle don- ne possa sviluppare una azione politica sul territorio, an- dando anche nelle case, proprio per spiegare queste que- stioni e dare tutte le informazioni necessarie.

VOCE: E per gli uomini?

CONIGLIO: Per gli uomini c’è anche il consultorio fami- liare e altre strutture.

Questa è una istanza avanzata dal movimento delle donne di avere anche una loro struttura di questo tipo e negan- dogliela negate qualcosa a loro; dandogliela, invece, non si nega niente a nessuno, perchè chi vuole risolvere i pro- blemi nell'ambito della famiglia e della coppia ha la struttura aperta.

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BOIOCCHI: Non è ancora aperta la campagna elettorale!

CONIGLIO: Il fatto che tu, Boiocchi, sostenga che io con questo faccio dell’elettoralismo mi conferma che tu a questo livello sei ancora su concezioni profondamente ar- retrate. Questo è il punto.

BOIOCCHI: Tu fai dell’elettoralismo perchè non hai letto la legge e non hai ascoltato la relazione. Ci sono venti pa- gine nella relazione che parlano di tutela della maternità e della salute della donna.

CONIGLIO: L'abbiamo discussa in commissione ampia- mente. Questa è la nostra posizione. Quando si difendono strati emarginati o subalterni della società non si fa mai del corporativismo, se si imposta in una certa maniera il di- scorso.

GAVIOLI: È una proposta corporativa.

CONIGLIO: Se questa è una proposta corporativa, tu ti li- miti a dare delle strutture che prevedono dei momenti di consultazione solo per queste forze e basta.

Quindi io credo che sia possibile, da questo livello di con- sultorio che noi proponiamo, svolgere un'azione più fatti- va sul territorio per quanto riguarda la contraccezione, portare avanti la sperimetazione di nuove tecniche, non solo nella contraccezione, ma anche per esempio quando riusciremo a fare passare questa legge, che ora- mai è patrimonio della coscienza popolare ed è ostacola- ta solo da forze reazionarie e retrive sul problema dell'aborto nel nostro paese, poter praticare, anche a li- vello dei consultori, l'aborto col metodo dell’aspirazione nelle prime dieci settimane. E soprattutto, e qui torna buono il riferimento all'ospedale S. Anna, potere avere anche con questo strumento giuridico-amministrativo che si riconosce alle donne, un controllo delle stesse sugli interventi che vengono realizzati nelle altre strutture sa- nitarie (ad esempio negli ospedali) cosa che invece oggi non succede, per cui noi abbiamo fatti gravissimi denun- ciati in queste strutture e commissioni d'inchiesta che so- no composte da primari, ufficiali sanitari, cioè con una delega ai tecnici, e le donne in quanto tali che sono esclu-

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se. Io credo che questo sia un fatto che deve portarci a ri- flettere. E noi riteniamo che da questo si debba ampliare anche il discorso sulla gestione sociale, soprattutto nel campo dei servizi socio-sanitari, perchè riteniamo che venga vista in modo limitativo e che si debba andare, an- che in prospettiva, a proporre modelli diversi di parteci- pazione e di controllo popolare, anche perchè, diversa- mente, si rischierebbe veramente di non raccogliere quel- li che sono stati i contenuti più avanzati delle lotte ope- raie sui problemi della salute, sul rifiuto della delega ai tecnici, con la riappropriazione di metodi e di tecniche di conirollo della nocività, con la riaffermazione della sog- gettività del lavoratore, quindi anche con i nuovi concetti che sono stati espressi in questi anni sul problema della salute e sul concetto di malattia.

E noi riteniamo che proprio anche queste istanze avanza- te dal Movimento femminista consentano di vedere in ter- mini nuovi come si possa articolare questa gestione e questo controllo da parte degli utenti e da parte della po- polazione. Quindi noi riteniamo che questo consultorio delle donne e per le donne, che proponiamo, si affianchi al consultorio che ci impone la legge nazionale (che vede tutto nell'ottica che dicevo all’inizio del mio intervento); che questo consultorio sia gestito dalle donne insieme ai tecnici e che, proprio come luogo di aggregazione delle donne, per questo ruolo che possono svolgere su tutti i problemi della salute, ma più ampiamente sociali, possa avere i locali per riunioni, per assemblee, biblioteche, ec- cetera. Deve divenire una struttura capace di aggregare le donne, dando ad esse non solo servizi, ma consapevo- lezza politica e forza per intervenire su tutte le questioni delle donne e della società (dai problemi dell'occupazione ai problemi dell'ambiente) senza più deleghe solo ai tec- nici di tutta questa problematica.

Noi, come PDUP, siamo decisi non solo a batterci con tali emendamenti, ma nel caso che questi vengano respinti, dato che il problema non si chiude, presentando anche una nostra proposta di legge specifica e discutendola an- che ampiamente, a livello del territorio regionale, che rie- sca a portare a risultati concreti, anche a livello istituzio- nale, tutta questa problematica portata avanti dal movi- mento delle donne che è patrimonio anche di migliaia di donne della nostra regione. E in tale senso, se questi emendamenti ci verranno respinti, se praticamente non

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si coglierà questa possibilità a livello dei poteri che la Re- gione ha, il voto sulla legge in oggetto, da parte nostra, sa- negativo, non perchè su alcune questioni tecniche (sul- la mucoviscidosi, sulla rosolia, su tutte le cose su cui si è allargato l'intervento di questa legge) non si sia d’accor- do, ma proprio perchè non si coglie la possibilità di rea- lizzare questo momento di consultorio delle donne per le donne.

Credo che le vicende denunciate al tribunale della donna di Bruxelles sulla gestione della Clinica Ostetrico- Ginecologica di Ferrara, del resto comune a molti ‘altri ospedali, ci spingano a batterci perchè alle donne siano dati anche strumenti giuridico-amministrativi di inter- vento e di controllo. Dicevo che non facendo questo si to- glie qualcosa a chi lo chiede, mentre attuandolo resta la libertà di chi vuole scegliere fra il servizio familiare e quindi vuole affrontare tali problemi nell’ambito della coppia, cioè nel quadro familiare, e chi invece vuole uti- lizzare un altro tipo di servizio. Con questo non si fa della ghettizzazione, a parte che le donne sono più nume- rose di noi, quindi mettere in un ghetto una maggioranza tale...

TURCI: Sono gli uomini che vengono chiusi in un ghetto!!!

CONIGLIO: Quindi non si fa ghettizzazione, corpo- rativismo, perchè nel momento in cui si riconosce una specificità di condizione subalterna ed emarginata si pos- sono dare anche a livello giuridico quei poteri, in questa fase, perchè domani il processo che si metterà in moto sa- sempre condizionato dalle trasformazioni sociali e dai livelli istituzionali e giuridici con cui sempre le forze po- litiche e sociali devono misurarsi, ma in questa fase si a tale condizione anche uno strumento giuridico e ammi- nistrativo importante per una lotta che, evidentemente, è una lotta di liberazione non limitata solamente alla don- na, ma che può investire tutti gli strati subalterni che og- gi operano nella nostra società.

Le vicende connesse alla legge sull’aborto dimostrano an: cora che nel nostro paese c'è la volontà da parte di forze retrive di non riconoscere alla donna diritti che per noi sono fondamentali: il diritto di decidere del proprio cor- po e di avere la possibilità di prendere le decisioni, della

cui gravità ci rendiamo conto, ma proprio per questa gra- vità riteniamo debba essere la donna a decidere e ad ave- re la possibilità di poter praticare l'aborto libero, gratui- to e assistito. Per questo riteniamo debba essere condotta con forza una battaglia anche dai livelli regionali e dando alle donne possibilità di intervento maggiore con il rico- noscimento di strumenti giuridici e amministrativi di questo tipo, riconoscendo quindi la loro funzione specifi ca nella società, andando quindi a strumenti veri di par- tecipazione e di gestione e non relegando il ruolo della donna ad una partecipazione mistificata che, io credo, non raccoglierebbe tutte le istanze culturali, di rinnova- mento, che anche il movimento delle donne ha avanzato in questi anni.

IL VOTO CONTRARIO SULLA LEGGE ISTITUTIVA DEI CONSULTORI FAMIGLIARI

Signor presidente e colleghi consiglieri, per una breve di- chiarazione. Come PDUP noi votiamo contro questa leg- ge. Avevo preannunciato nella discussione generale che nel caso gli emendamenti da noi proposti fossero stati re- spinti noi avremmo votato contro la legge stessa.

Questi emendamenti tendevano appunto ad istituire e le competenze che ha la Regione lo permettevano— ac- canto ai consultori familiari i consultori per la salute del- la donna, secondo una proposta che è avanzata dai movi- menti femministi, per avere come donna una gestione di questa struttura unitamente ai tecnici che dentro vi lavo- rano, dando così modo, attraverso anche un riconosci- mento pubblico a livello amministrativo, di potere usare con capacità di intervento e di controllo anche preventivo sui problemi della propria salute, una struttura di questo genere. Quindi una struttura che tenesse conto della spe- cifica condizione femminile nella società che vale in que- sta fase, perchè nel momento in cui noi richiediamo un

riconoscimento anche a livello giuridico, amministrativo e pubblico di questa istanza, noi non riteniamo che debba valere per sempre questo tipo di gestione; però riteniamo che oggi, proprio per la condizione subalterna che la don- na ha nella società, per la sua specifica condizione, le si debba dare un riconoscimento anche a questo livello, aprendo quindi possibilità di dialettica, di confronto de- mocratico, facendo anche di questo strumento un luogo di aggregazione per le donne nella loro battaglia di libe- razione, che non è corporativa, che non è riferita solo a loro stesse, ma è una battaglia di trasformazione più am- pia della nostra società. Istituendo, viceversa, solo il consultorio previsto dalla legge 405 non si risposta a queste istanze, non si coglie questa occasione. L'assessore Turci e l'assessore Bartoli hanno detto che tutta la tematica non è assorbita in que- sta legge. Noi speriamo per il futuro che ci si ritorni so- pra e si rifletta sul valore di queste istanze. Proprio per questo noi ci faremo portatori di un progetto di legge spe- cifico sulla tematica che ho illustrato nell'intervento ge- nerale e sui contenuti degli emendamenti da me stesso presentati a nome del mio Partito. Io credo che questa battaglia debba continuare e debba andare avanti pro- prio per aiutare questo processo di liberazione della don- na. Noi presenteremo, quindi, un progetto di legge speci- fico sulla istituzione del consultorio per la salute della donna. È vero, noi proponiamo un certo tipo di soluzione della questione femminile, qui noi divergiamo ancora e io non credo che anche per il futuro divergeremo sempre. È un confronto aperto e corretto quello che noi vogliamo por- tare avanti. Noi crediamo che tutta questa tematica non debba essere chiusa, com'è nella legge nazionale e anche in questa legge, nel quadro della coppia e della maternità istituzionalizzata, quindi non riconoscendo, ad esempio, un valore autonomo alla sessualità e perciò rinchiudendo tutto in un ambito restrittivo. Proprio per questi motivi, il nostro voto è un voto contra rio; vuole assumere questo significato e continuerà quin- di la nostra azione tesa appunto, anche in sede ammini- strativa a far che le donne abbiano un proprio stru mento da cui continuare la loro lotta di liberazione, lotta

che ha un valore molto più generale per la nostra società. (Intervento del 5-5-1970)

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INTERPELLANZA SULL’OSPEDALE S. ANNA DI FERRARA

Signor presidente, colleghi del Consiglio, io ho rivolto in- terpellanza urgente alla Giunta a seguito delle denunee che sono apparse su diversi giornali italiani fatte dalla dottoressa Picchio al Tribunale per la difesa dei diritti della donna di Bruxelles in riferimento all'ospedale «Sant'Anna» di Ferrara. a Le denunce fatte in questa sede sono di una gravità enor- me. Io credo che investano un problema più generale che senza dubbio ha carattere di specificità e di gravità al re- parto ostetrico ginecologico dell'ospedale «Sant'Anna» dove si denunciano cose molto gravi: alto numero di bam- bini spastici a causa di un parto male assistito, attrezza- ture inadeguate per la diagnosi preventiva del taglio ce- sareo, organici non adeguati e medici che vengono im- messi in attività di estrema delicatezza pur essendo anco- ra inesperti, appena usciti dall'Università. Quindi vi è un peo di attenzione e di intervento sulle partorienti che emente, è i più incivi e dis i a uieneni quanto di più incivile e disumano vi Senz'altro la situazione del reparto ostetrico ginecologi- co dell'ospedale «Sant'Anna» presenterà delle'situazioni gravi e specifiche, però io credo che il problema sia più ampio e in questo senso chiedo alla Giunta che sia fatta piena luce sui fatti denunciati a Bruxelles dalla dottores- sa Picchio e, quindi, si proceda a un'inchiesta, del resto sollecitata anche dal consiglio d’amministrazione dell ‘ospedale, nei confronti di questo reparto e dell’attivi- più complessiva dell'ospedale stesso in riferimento a tali tipi di intervento. Ma io credo che non ci si possa ac- spisntare di una risposta burocratica, della semplice pedi una commissione di inchiesta. Il problema è molto più vasto e rientra, a mio parere, in una delle tema- ee che si stanno affrontando a livello nazionale sul pe ema dell'aborto e sul problema del ruolo che la don- eve avere nella gestione di quello che è il proprio cor- po. quindi, affrontando le tematiche che oggi sono l'ordine del giorno, ma direi anche i problemi che noi Stiamo affrontando con la legge sui consultori che pro- prio torna a proposito in riferimento a quanto è successo all'ospedale Sant'Anna e a quanto succede di norma nei

CE EEE

reparti ostetrico ginecologici degli ospedali italiani in cui la donna, veramente, viene considerata spesso come og- getto e vive una sua condizione specifico di subalternità e di emarginazione proprio nel momento in cui si trova nel- la condizione più delicata di partoriente.

Io credo che allora, proprio in questi termini, sorga con forza l'esigenza che viene posta da larga parte del movi- mento femminile di avere un momento di controllo diret- to, di coinvolgimento massimo nella gestione, sino ad ar- rivare anche a una forma di autogestione con i tecnici preposti a queste attività, sia a livello consultoriale sia negli ospedali, perchè senza un intervento diretto della donna su questi fatti io credo che non si riuscirà mai a ri- solvere problemi di questo genere. Quindi io credo che non ci si possa accontentare semplicemente di iniziative burocratiche quali nomine di commissione d'inchiesta 0 cose di questo genere. Pertanto io chiedo alla Giunta che cosa ha fatto in riferimento al problema specifico e come intenda procedere, sapendo appunto che le intenzioni della Giunta dovranno anche concretarsi a livello legisla- tivo e sul tipo di risposte che anche la Giunta e la maggio- ranza della nostra Regione intendono dare alle istanze portate avanti con forza oggi dal movimento delle donne.

BARTOLI, assessore: Le denunce che sono state fatte al Tribunale internazionale dei crimini contro la donna a Bruxelles si riferiscono indubbiamente a fatti e circo- stanze di estrema gravità come sono stati denunciati che, se accertati, dovranno dar corso da parte del Dipartimen- to, come da parte dell’aministrazione ospedaliera, ai più severi e puntuali provvedimenti ancor prima e indipen- dentemente dal fatto che su singoli aspetti dei contenuti della denuncia si pronunci la Magistratura. Non ci pare qui il caso di procedere all’elencazione dei fatti e delle circostanze ad essi connesse in quanto la stampa nazio- nale e locale ha, con abbondanza di particolari, pubblici zato accuse e smentite, lettere di precisazione e comuni- cati stampa che, deve essere detto, una prima volta nel gennaio 1975, con maggiore evidenza dopo la denuncia fatta a Bruxelles, si sono susseguiti sia sul complesso de- gli episodi che sui singoli aspetti. Al fine di accertare la reale consistenza dei fatti addebitati, prescindendo an- che dall’esplicita richiesta fatta in tal senso dell’ammini- strazione ospedaliera, con provvedimento del 16 marzo

scorso si è provveduto alla nomina di una commissione regionale d'indagine che dovrà, entro breve termine, ac- certare e riferire su tutta la complessa realtà della divi- sione ostetrica ginecologica dell'ospedale Sant'Anna di Ferrara.

Tale commissione, che ha già iniziato i propri lavori, è composta da un primario, da un aiuto ostetrico, da un uf- ficiale sanitario, da un medico legale, da un medico pro- vinciale competente ed un collaboratore regionale ammi- nistrativo. La composizione è stata determinata tenendo conto della portata dell'indagine da svolgere che, come appare evidente, non investe solo aspetti di tecnica sani- taria ma anche specifici aspetti medico-legali e ammini- strativi. Sarà impegno del Dipartimento riferire sui risul- tati dei lavori di tale commissione e sui provvedimenti che eventualmente si dovranno adottare. Questo sia per stabilire l'esatta portata dei fatti denunciati come anche per restituire come giustamente affermano i testi dell'in- terpellanza e dell’interrogazione, la necessaria tranquil- lità ai cittadini, soprattutto alle donne, al personale di- pendente dall'ospedale e agli amministratori interessati alla vicenda che tanto scalpore ha suscitato in Italia e all’estero.

Noi non crediamo che questa indagine sia un atto buro- cratico, crediamo invece che voglia dire intervenire con serietà per conoscere la situazione.

Per quanto poi si riferisce alla situazione più in generale io credo che il nostro Consiglio sappia che discuteremo della legge sulla tutela della maternità e dell'infanzia e sui consultori familiari in un prossimo Consiglio. Perciò tutta quanta la problematica che è riferita alla tutela del- la donna e della donna in quanto madre, sarà oggetto di dibattito in questo Consiglio attraverso la legge regiona- le. Ma deve essere anche detto che tutta questa problema- tica è già motivo di impegno delle istituzioni democrati- che, è già un'azione che viene compiuta. Volevo soltanto ricordare al consigliere Coniglio che per quanto riguarda la tutela, per esempio, delle coltivatrici dirette come Re- gione abbiamo legiferato perchè abbiamo ritenuto che quella categoria fosse meno tutelata di altre; infatti i par- ti immaturi hanno una percentuale piuttosto alta fra que- ste lavoratrici. Per questa ragione siamo intervenuti a li- vello legislativo. Se poi vogliamo avere dimensioni anco- ra più ampie sappiamo che la legislazione per quanto ri

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guarda la tutela della maternità nel nostro paese, pur avendo aspetti avanzati, non considera ancora le donne madri tutte allo stesso livello e non per tutte ci sono la stessa assistenza e intervento.

Riteniamo che la nostra legge regionale sia un momento che porta a far che complessivamente la donna ‘anche in quanto madre sia maggiormente tutelata.

PRESIDENTE: Il consigliere Coniglio ha facoltà di di- chiararsi soddisfatto o meno della risposta dell’assesso- re.

CONIGLIO: Ricollegandomi a quanto esposto in prece- denza, devo dire di non ritenermi soddisfatto. Capisco che allo stato attuale difficilmente si poteva uscire da un'iniziativa tipo quella che la Giunta ha assunto, però questo conferma i gravi limiti della situazione attuale. In- fatti è stata nominata una commissione d’inchiesta tutta composta da tecnici (primari, ufficiali sanitari), però le done non ci sono; questo è il punto. E non si può dire che noi qui facciamo del Movimento delle donne o delle don- ne un fatto corporativo e di ghetto, come da qualche par- te si rinfaccia; le donne, fra l’altro, oggi sono più degli uomini, hanno una loro condizione femminile specifica a tutti i livelli, soprattutto su questi terreni e su questi pro- blemi. Quindi noi riconosciamo un ruolo primario alle donne in questa fase; poi se la società si trasformerà nel senso di una liberazione delle donne ulteriormente, ri- spetto anche ad altri strati che sono emarginati e subal- terni, allora è evidente che dopo questa differenza e que- sto riconoscimento di una condizione specifica potrà es- sere rivisto. Però oggi, allo stato attuale, noi dobbiamo prendere atto che non diamo nessun strumento di potere anche a livello giuridico-amministrativo alle donne, che pure si stanno battendo con forza, proprio per la trasfor- mazione della società e non in maniera corporativa, per- chè le istanze che le donne portano avanti vanno al di del loro fatto specifico. In questo senso allora io credo che se noi non ci facciamo carico di questo aspetto venia- mo meno profondamente al nostro compito. Per questo, io dico, in una situazione di questo genere, che non è solo la situazione dell'ospedale Sant'Anna, è una situazione molto più generale degli ospedali e di questi reparti oste- trico ginecologici (e lo sappiamo bene come vengono trat

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ea SSA

tate le donne a questi livelli) io credo che cavarsela con una semplice commissione di inchiesta fatta di tecnici rientra proprio nel discorso che oggi si rifiuta da Dea delle donne (vedi, per esempio, il riferimento a tutta la problematica dell'aborto) della non delega ai soli tecnici di una problematica di questo genere. Quindi noi diciamo che bisogna approfittare...

GUERRA: Tu puoi chiedere i politici, non puoi chiedere che ci siano le donne.

CONIGLIO: Io dico che devono esserci le donne assieme ai tecnici: difatti la proposta che io farò, e che ho già fatto in sede di commissione relativamente...

GUERRA: Questo è razzismo!

CONIGLIO: Che razzismo? Questo è riconoscimento di una condizione specifica cui bisogna dare degli strumen- ti perchè sia superata nella trasformazione complessiva della società.

GUERRA: I problemi dell’ostetricia secondo te li affron- tano solo le donne. È assurdo!

CONIGLIO: Non ho detto solo le donne, però in questo ca- so le donne non li affrontano perchè, guarda caso, sono escluse e la cosa viene delegata a una commissione di tec- nici. i

Credo di avere espresso le questioni che affronteremo an- che con maggiori particolari nella discussione che fare mo sulla legge per la maternità. Io credo che se noi non riusciamo a dare, ed è qui il senso della proposta che noi faremo, uno strumento anche a livello amministrativo su cui le donne possano muoversi, intervenire nel controllo di tutte le fasi e di tutti gli aspetti che le riguardano, direi proprio instaurando una dialettica a livello del territorio, della società, sui problemi, per esempio, dai consultori agli ospedali, eccetera, io credo che noi commetteremmo un errore molto grave. E difatti avremo sempre di più si tuazioni di questo genere delegate ai tecnici senza racco- gliere quelle che sono le istanze avanzate oggi dal Movi-

», istanze che non sono affatto corpora- o spice. Ss (21 aprile 1976)

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INTERPELLANZA SULLA CLINICA OSTETRICA DEGLI OSPEDALI DI MODENA DEL SETTEMBRÉ 1976

«Il sottoscritto consigliere regionale interpella la giunta e per essa l'assessore alla sanità per conoscere se rispon- de a verità la gravissima situazione esistente a/la clinica ostetrica degli ospedali di Modena che ha portato negli ul- timi anni molte donnee residenti a Modena ad utilizzare per il parto gli ospedali di Carpi, Mirandola e Castelfran- co Emilia per non servirsi della clinica stessa.

Se è vero che presso la clinica ostetrica di Modena l’assi- stenza in sala parto è del tutto inadeguata per la carenza incredibile di apparecchiature tecniche indispensabili quali ad esempio il cardiotocografo (per la rilevazione dei battiti cardiaci fetali), il piaccametro (per misurare il PH del feto, elemento indispensabile per lo studio della sua vitalità).

Tali deficienze avrebbero determinato, ad esempio, l’in- tervento con taglio cesareo su donne per protrazione di gravidanza, mentre in realtà poi i feti erano totalmente prematuri, a volte, da non sopravvivere.

Risulta inoltre che non esiste quasi per nulla assistenza psicologica alla gestante con un'ostilità per il parto indo- lore. Dato che questa situazione ha alle spalle alcune de- nunce contro sanitari della clinica per il caso di due don- ne morte in seguito a tagli cesarei demolitori nel 1971, per un'operazione effettuata erroneamente su una donna affetta da diabete nel 1974, e nel 1975 per un'applicazio- ne errata di forcipe che ha portato alla morte fetale e cra- niotemia; che risulterebbe il fatto che dal 1972 ad oggi circa cento donne affette da displasia o carcinoma in fase iniziale sono state sottoposte ad interventi inutilmente mutilanti, che presso il reparto di urologia diretto dal prof. Musiani a Reggio Emilia sono state ricoverate nu- merose donne affette da complicazioni urinarie gravissi- me, in seguito ad interveni subiti, si dice, presso la clini- ca ostetrica di Modena;

il sottoscritto consigliere chiede che l'assessore alla sani- risponda con urgenza su tutte queste situazioni di estrema gravità e propone che venga costituita un’appo- sita commissione d’inchiesta, che coinvolga anche le or- ganizzazioni femminili locali, per fare piena luce sulla

gestione della clinica ostetrica dell'ospedale di Modena»

(38).

Devo dire, signor presidente e cede SR non ho presentato a cuor leggero quest'interpe a lativamente alla Clinica ostetrica di Modena, RI o i di una struttura sanitaria, e anche nella forma della lo manda e della necessità di chiarimenti sollevavo pesi se- rie di problemi che, divenendo di Spose pu! = avrebbero anche preoccupato, e non poco, le Nitra questa struttura, anche le stesse ricoverate in que Eno, mento. Però, dai dati che mi pervenivano, da una voce or mai comune sulla gestione di questa clinica SS per il fatto di avere sondato, prima di presentare pe pellanza, anche le opinioni degli stessi colleghi resi ca a Modena, sono stato spinto a presentare questa interpe lanza, che investe una tematica delicata, importante, e che viene nella nostra regione subito dopo la CEREA fatta dal Movimento femminista relativamente a a Clini ca ostetrica di Ferrara, cosa già affrontata e sana in questa sede. Quindi non c'era alcuna volontà di 3 ev pia in modo scandalistico il problema o di affrontarlo su la base di certe logiche che poi, quando si rene questo caso, di strutture universitarie, spesso sono e, tro legittime esigenze di sviluppo e di Sr ad esempio il venire alla luce di certi disegni, c so: Da all’interno delle università, di sdoppiamenti, di puote cattedre, di nuove cliniche o di nuovi servizi, cosa che purtroppo abbiamo potuto vedere in altre orcstoniza Quindi, accertato questo, un dato che emerge a 3 a te anche dalla risposta dell'assessore (anche se nella re a zione dell’Amministrazione ospedali di E coca di camuffare un po’ la cosa) è la scontentezza de 2 popo lazione femminile di Modena nei confronti della ( nuca ostetrica, come appare dal fatto che molte sone n gue sti anni hanno utilizzato per partorire gli Ospedali dI ar pi e di Mirandola. Questo è un dato che SERA mente. Del resto ci sono anche delle statistiche, perc è - noi vediamo i dati registrati nel 1975, su un e. i 7.046 nati, a Modena ne sono nati 2.619, nella C inica ostetrica 2.060, a Carpi 1169, a Mirandola 766, = ue Mirandola e Carpi 1900; anche il rapporto tra popolazio ne e nati parla da solo in questa direzione.

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OLE x questione non può neppure essere imputata a ue fo FA perchè non è vero che il numero dei let- s i iciente; non sono 85, sono 120 posti-letto e ce i non sussiste il sovraffollamento. orti ce la risposta dell'assessore, anche per quan- g la le strutture tecniche, sia S i O ; Li s abbastanza superfi- # da Su ettata. Infatti, per quanto riguarda le Ha D E e, seppure dalla risposta così veloce data a er appare chiaramente la loro insufficienza so po Di gti di personale, per il quale qui ine del giorno del Consiglio dei i Coe La ( glio dei delegati della ca che parla di carenz i et i ze notevoli non solo RZ ma anche di personale, oltre che le de- azzo aaa TS, Da g azioni femminili in questa direzio- on cano il piaccametro, lo strumento per misura- pe o eto cena indispensabile per lo studio a risulta essere assente e le così Ì Lr L C siddette strut- ne desse esistenti da anni sono non solo vecchie adeguate, ma malfunzionanti ‘adeguate, m 4 i e cosa che da un'in- degne meno frettolosa sarebbe stata rilevata per la na cre De sono in riparazione. Tra l’altro sulta che il cardiocografo (uno) è s i 9 ] 1g è stato acquistat solo nel marzo di quest’ Percali arz st’anno e questo strument ela i t . S o per con- trollare il battito cardiaco fetale è indispensabile anche segue il parto. Quindi io credo che essersi dotati di Canc strumento solo nel marzo 1976, dopo che già que- al ia SERRA da stata oggetto cosa confermata di attenzioni anche della Magistra ni ì ; t O Magistratura, mi semb cosa di gravità notevole. Tra l'a i ri he che g . Tra l’altro mi risulta anche c vità not ( S e che ae l’interpellanza che io ho fatto sarebbero stati ecentemente acquistati tre apparecchi eccnte È ] parecchi che servono a ri- ae il battito cardiaco fetale il cui nome è «sony-card» = ciò per quanto riguarda questo aspetto, io credo che sa necessario, da parte della Regione e della Ammini- A azione ospedaliera, controllare in maniera più adegua- ] pe problema delle strutture tecniche e anche il pro ema dell'assistenza e del personale. Ca sepeni importanti, ma non i principali che eva di sollevare con l'inter; i i premeva di solle pellanza in oggetto. ci Spi principali sono emersi anche dal dibattito che sea uppato nella città di Modena, che ha investito le Saga izzazioni femminili (dall’UDI alle Donne socialiste, vimenti femministi) e che ha visto le prese di posi

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zione del personale e delle ostetriche in questa direzione. Cioè non vi è solo la sottolineatura della necessità di una attenta gestione di tali strutture sanitarie, quindi il pro- blema degli aspetti tecnici e del personale, ma si tratta di colmare un distacco profondo esistente tra l’uomo e la medicina, in questo caso la donna e la medicina, e trovan- dosi la donna, in questa società, in una condizione subal- terna, di maggiore emarginazione e di maggiore difficol- tà, soprattutto nel delicato momento della gravidanza e del parto, si tratta di costruire un rapporto diverso. Per questo io credo che le rivendicazioni espresse dalle Orga- nizzazioni femminili in questo periodo relativamente al problema della Clinica Ostetrica di Modena, ma che van- no al di là, in una dimensione più generale, mi sembra debbano essere prese in considerazione con attenzione non solo dall’Amministrazione regionale e dalle Ammini- strazioi ospedaliere. Vi deve essere la po bilità di una partecipazione continua e di un controllo di queste Orga- nizzazioni femminili su strutture di questo genere che abbiamo visto per vari fatti, non solo quello di Ferrara, denunciati anche in questa occasione, quale tipo di rap- porto instaurino tra la medicina e la donna in questa deli- cata fase della sua vita rappresentata dalla gravidanza e dal parto. È su questi problemi che bisogna scendere e affrontarli da vicino, verificando</